ISLAM-S NEWSLETTER A cura di Valentina Colombo
FEBBRAIO 2012 Numero 10

La presente è un’Islam-s Newsletter particolare e importante. E’ un appello a favore del giornalista saudita Hamzah Kashghari condannato a morte dalle autorità saudite con l’accusa di avere oltraggiato Allah e il Profeta. Qui di seguito un mio commento, la mia traduzione della fatwa, la fatwa originale e l’originale del testo di appoggio alla fatwa. Infine il link per sottoscrivere l’appello di Amnesty International a favore del giovane ventitreenne. Più che mai vi chiedo di fare circolare questa newsletter affinché sia preservata la libertà di Hamzah e di tanti giovani come lui.
 

SMASCHERARE L’IPOCRISIA SAUDITA PER SALVARE HAMZAH KASHGHARI
Di Valentina Colombo
 
 
“Nel tuo compleanno, dirò che ho amato il ribelle che è in te, che sei sempre stato una fonte di ispirazione per me, e che non amo l’alone di divinità intorno a te. Non pregherò per te.” “Nel tuo compleanno, non m’inchinerò davanti a te. Non ti bacerò la mano. Piuttosto, te la stringerò, come si fa fra eguali e ti sorriderò mentre tu mi sorridi. Ti parlerò come a un amico, niente di più. Ho amato alcuni tuoi aspetti, odiato altri, e altri non li ho capiti”. Questi alcuni dei tweet che incriminano e condannano a morte, secondo il governo e le autorità religiose saudite, il ventitreenne giornalista Hamzah Kashghari. Dalle parole di Kashghari si evince il desiderio di capire, di potere giudicare Maometto che secondo la religione islamica è un uomo, non è una divinità. E’ la proposta di considerarlo un pari, un amico. Altri tweet riportati dall’atto di accusa, ovvero dalla fatwa emessa dalla Direzione generale per la ricerca  e la fatwa, indicano invece la volontà di comprendere e l’incapacità di cogliere la divinità suprema, Allah: “La dimostrazione dell’esistenza della divinità sarebbe limitata se non fosse per l’esistenza degli stolti”, “Tutte le immense divinità che adoriamo, tutte le immani paure che ci assalgono, tutti i desideri che attendiamo si realizzino con ansia, non sono altro che la creazione delle nostre menti”, “Ci sono esperimenti scientifici che possono durare tutta una vita, si accerterebbero dell’eternità se riuscissero a trasportare la mente umana alla divinità” , “Qualora stabilissimo l’esistenza di Dio, saremmo eterni come lui per sempre”. La filosofia di Kashghari pare portare alle estreme conseguenze l’interpretazione wahhabita della divinità, laddove dice che chi coglie Dio diventa Dio significa che chi lo coglie diventa pari a Lui e quindi Dio stesso. Ma evitando di soffermarsi troppo su questioni teologico-filosofiche il giovane giornalista ha semplicemente espresso liberamente le proprie idee in un luogo, Twitter, considerato finora uno spazio libero per gli abitanti di quei paesi soffocati dalla censura, islamica o non. Purtroppo se Twitter, al pari di Facebook, è stato di enorme ausilio alle rivolte popolari da un anno a questa parte nel mondo arabo, ora chi è al potere ha compreso quanto possa essere efficace e pericoloso. Per cui in Egitto Naguib Sawiris è già stato portato in tribunale per avere pubblicato su Twitter l’immagine di Topolino e Minnie, l’uno con la barba da salafita, l’altra con il velo integrale. E ora Hamzah. Il suo caso è decisamente più grave perché il re ha apposto la firma sulla sua condanna a morte. Non è bastata al giovane la fuga in Malaysia che lo ha subito estradato nella consapevolezza della sorte che lo attendeva. Perché? Perché la Malaysia come l’Arabia Saudita sono membri dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OCI), che è il principale sostenitore della  lotta contro l’islamofobia e che vorrebbe fare introdurre anche in Occidente leggi anti-blasfemia. Ebbene in base ai criteri di giudizio dell’OCI anche Hamzah, un musulmano, è un islamofobo, quindi non sorprende la connivenza tra Malaysia e il regno saudita nel caso di una condanna di apostasia.
Si rammenti altresì che la Carta universale dei Diritti umani del 1948, non sottoscritta dall’Arabia Saudita e dalla maggior parte dei paesi islamici, recita:
Articolo 18. Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.
 
Articolo 19. Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Mentre il documento corrispondente redatto dal mondo islamico, sotto l’egida dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, ovvero la Dichiarazione del Cairo dei diritti dell’uomo nell’islam (1990), è molto vago sulla questione della libertà di opinione, ma molto chiaro su quella di religione. All’articolo 10 si legge: “L’islam è la religione naturale dell’uomo. Non è lecito sottoporre quest’ultimo a una qualsivoglia forma di pressione o approfittare della sua eventuale povertà o ignoranza per convertirlo a un’altra religione o all’ateismo”. Quindi l’uomo è naturalmente musulmano, nasce musulmano e quindi non lo si deve distogliere dalla vera e unica religione. All’articolo 22 si parla di libertà di opinione, ma limitatamente ai limiti della sharia: “a) Ogni individuo ha diritto di esprimere liberamente la sua opinione, in modo non contrario ai princìpi della Legge islamica;
b)            Ogni individuo ha diritto di invitare al bene, ordinare ciò che è giusto e vietare il male, conformemente alle norme della Legge islamica;
c)             L’informazione è una necessità vitale per la società. E’ vietato sfruttarla, abusarne o offendere le cose sacre e la dignità dei Profeti. E’ ugualmente vietato adottare comportamenti che rechino oltraggio ai valori morali o che provochino disgregazione e corruzione nella società, danneggiandola o scalzando la religione;
d)            È vietato incitare all’odio su base etnica o religiosa, così come a qualunque forma di discriminazione razziale”.
 
Quindi il giornalista saudita ha “abusato” della libertà prevista dalla sharia e l’autorità saudita compie semplicemente il proprio “dovere”, quello di ordinare ciò che è giusto e vietare il male. Credo che il caso di Hamzah Kashghari debba servire da esempio per fare comprendere che fino a quando blasfemia e apostasia in ambito islamico continueranno a essere punite con la pena capitale, così come si evince dalla fatwa contro Kashghari, non dovranno essere varate leggi che difendano né la cosiddetta islamofobia né la blasfemia.
La fatwa emessa in Arabia Saudita e qui sotto tradotta per esteso parla chiaro, molto chiaro, troppo chiaro. E’ curioso altresì osservare che in un punto pare che il Comitato permanente non abbia avuto il coraggio di scrivere la parola “ucciso”, quindi di esplicitare la vera condanna a morte: nel testo in calce nella citazione del qadi Iyad c’è un omissis segnalato da punti di sospensione nell’originale, laddove si afferma chiaramente “costui va ucciso come abbiamo spiegato” (si veda l’originale del testo citato). Quindi non servirà alcun processo, la sentenza è già stata emessa e solo la mobilitazione internazionale potrà salvare un giovane, e molte alte persone come lui, che ha commesso l’unico “reato” di pensare liberamente.

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TESTO DELLA FATWA

Sia lodato Allah l’Unico, la preghiera e la pace su Colui dopo il quale non v’è alcun profeta
Il Comitato permanente per la ricerca scientifica e la fatwa ha esaminato gli insulti contro Allah – Egli è l’Altissimo – pubblicati dallo scrittore, giornalista del giornale saudita Al-Bilad Hamza Kashghri su Twitter, mettendo in dubbio l’esistenza di Allah – Egli sia lodato – e la necessità di adorarlo. A seguito dell’analisi è stato riscontrato un comportamento scorretto nei confronti del Profeta – su di lui il saluto e la benedizione di Allah – espressioni di odio nei confronti dell’Inviato di Allah – su di lui il saluto e la benedizione di Allah. Tra quanto scritto c’è quanto segue: “La dimostrazione dell’esistenza della divinità sarebbe limitata se non fosse per l’esistenza degli stolti”, “Tutte le immense divinità che adoriamo, tutte le immani paure che ci assalgono, tutti i desideri che attendiamo si realizzino con ansia, non sono altro che la creazione delle nostre menti”, Leggi tutto…

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PER FIRMARE L’APPELLO
A FAVORE DI HAMZAH KASHGHARI
Firma l’appello
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Islam-s newsletter n.9.
Il velo intoccabile arma dell’ideologia dei fratelli musulmani

Il futuro del mondo islamico deve obbligatoriamente passare dall’emancipazione della donna. Il mondo islamico dimostrerà di credere nelle libertà fondamentali dell’uomo solo se riconoscerà la libertà della donna a partire dalla libertà o meno di indossare il velo. Nel 1993 la sociologa algerina, attualmente Ministro della Comunicazione e della Cultura, Khalida Messaoudi scriveva che “esistono tre tipi di hijab: quello che permette di nascondere la propria miseria, perché la vita è molto cara e vestirsi lo è ancora di più; quello che si rivela un lasciapassare perché così travestite le donne possono più liberamente muoversi per le strade; quello delle casalinghe già abituate a portare il haiq, ma che ora portano più volentieri il hijab perché ha il vantaggio di lasciare le mani libere. Senza contare che in una società in cui i giovani, e in particolare le ragazze, vivono purtroppo una terribile povertà affettiva e sessuale e dove l’assoggettamento femminile viene organizzato molto precocemente e a tutti i livelli, l’hijab diventa uno strumento di identificazione e di affermazione di sé. Per non parlare infine del hijab politico, di quello cioè che viene coscientemente e liberamente indossato per indicare la propria appartenenza ideologica e che assume un significato di segno di identità e riconoscimento”. Stupisce che non venga citata in nessun punto una tipologia religiosa di hijab. Eppure è una tipologia che va di pari passo, anzi è alla base, della tipologia politica di hijab. La giustificazione religiosa del velo è il principale nemico dell’emancipazione della donna nel mondo islamico. Ogni volta in cui si sostiene che il velo non è islamico, non è quindi previsto dal Corano, si accende il dibattitto e scattano le accuse di apostasia. Il caso più recente riguarda al-Sadiq al-Mahdi, leader sudanese del Partito nazionale Umma. Il nome stesso del Partito denota uno stretto legame con la religione. Ebbene il 13 gennaio scorso al-Sadiq al-Mahdi durante il Convegno nazionale dei giovani del Partito Umma ha affermato quanto segue: “La questione femminile è un importante pilastro del nostro pensiero. Invitiamo a rimuovere ogni genere di discriminazione nei suoi riguardi. Ci sono usanze che le sono state imposte ingiustamente: il niqab è un’usanza che annulla la personalità della donna e nelle società urbane spesso occulta ogni genere di nefandezza, alla donna non viene richiesto di indossare il cosiddetto hijab poiché questa espressione indica una cortina che deve separare i credenti dalle madri dei credenti, quel che invece si richiede alla donna è vestire in modo modesto non coprendo né il viso né le mani così come indicato da un detto del Profeta a Asmà. La modestia riguarda sia le donne sia gli uomini.” Il leader sudanese proseguiva affermando anche che non sussisteva nessun impedimento religioso alla partecipazione della donna ai matrimoni e ai funerali. Ebbene in Sudan si assiste attualmente a un attacco spietato nei confronti di al-Sadiq al-Mahdi. Le stesse accuse erano state rivolte nel 2006 a Gamal al-Banna, il teologo egiziano fratello minore del fondatore dei Fratelli musulmani, a seguito della pubblicazione del saggio al-Hijab in cui sosteneva, con prove schiaccianti provenienti dalla tradizione islamica, che il velo non è considerato un obbligo nell’islam. In un recente documentario mandato in onda dalla televisione norvegese al-Banna ha ribadito la propria posizione riguardo al velo con le seguenti parole: “Una donna che mostra i capelli non infrange alcun precetto islamico. Perché non c’è nulla nell’islam o nel Corano che dica che una donna deve coprirsi il capo. C’è un testo che dice che la donna deve coprire i seni, ma nulla riguardo i capelli. I musulmani oggi in Europa utilizzano il velo, solo per dimostrare che sono differenti”.

Questa affermazione va di pari passo con la tipologia individuata dalla Messaoudi e con le affermazioni di al-Mahdi. Ma che cosa dice il Corano circa il hijab? Se si cerca in una concordanza coranica il termine hijab si trovano i seguenti versetti che riportiamo nella versione italiana del celebre islamologo Alessandro Bausani (edita dalla BUR, Milano):

Corano, VII, 46: “E fra loro ci sarà un velo (hijabun) e sull’alto Limbo uomini, che conoscono tutti, giusti e iniqui, dal loro aspetto, e chiameranno così verso quelli del Giardino: ‘Pace su di voi!’, ma ancora non sono entrati, essi, nel Giardino, pur bramandolo ardentemente”

Corano, XVII, 45: “E quando tu reciti il Corano noi poniamo fra te e coloro che rinnegano la Vita Futura un velo disteso (hijaban masturan)”.

Corano, XIX, 17: “Ed essa [Maria] prese, a proteggersi da loro, un velo (hijaban). E Noi le inviammo il Nostro Spirito che apparve a lei sotto forma d’uomo perfetto.”

Corano, XXXIII, 53: “O voi che credete! Non entrate negli appartamenti del Profeta senza permesso, per pranzare con lui, senza attendere il momento opportuno! Ma quando siate invitati, entrate, e quando avete finito di mangiare disperdetevi, e non entrate familiarmente in discorso: questo dà fastidio al Profeta, il quale si vergogna di dirvelo, ma Dio non ha vergogna del Vero. E quando domandate un oggetto alle sue spose, domandatelo restando dietro una tenda (hijabin): questo servirà meglio alla purità dei vostri e dei loro cuori. E non vi è lecito offendere il Messaggero di Dio, né di sposare le sue mogli mai, dopo di lui. Questo sarebbe presso Dio cosa enorme!”

Corano, XXXVIII, 32: “Ed egli disse: ‘Ho amato più forte questo bene terreno che la menzione del Nome del Signore, fino a che il sole s’avvolse nel velo (bi-al-hijabin) della notte!”

Corano, XLI, 5: “E dissero: ‘I nostri cuori son corazzati, contro ciò cui ci inviti, e negli orecchi nostri v’ha gravezza, e fra te e noi c’è una cortina (hijabun). Tu agisci dunque come vuoi e noi da parte nostra agiremo!”

Corano, XLII, 51: “A nessun uomo Dio può parlare altro che per Rivelazione, o dietro un velame (hijabin), o invia un Messaggero il quale riveli a lui col Suo permesso quel che Egli vuole. Egli è l’Eccelso Sapiente.”

E’ evidente che hijab è sinonimo di “cortina”, “tenda” , certamente non di velo inteso come copricapo. Gli assertori dell’obbligatorietà del velo, fondano la propria affermazione su altri versetti coranici nei quali non compare comunque la parola hijab. Primo fra tutti il versetto 31 della sura XXIV che recita: “E dì alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto quel che di fuori appare, e che si coprano i seni d’un velo (bi-khumurihinna) e non mostrino le loro parti belle altro che ai loro mariti o ai loro padri o ai loro suoceri o ai loro figli, o ai figli dei loro mariti, o ai loro fratelli, o ai figli dei loro fratelli, o ai figli delle loro sorelle, o alle loro donne, o alle loro schiave, o ai loro servi maschi privi di genitali, o ai fanciulli ce non notano le nudità delle donne, e non battano assieme i piedi sì da mostrare le loro bellezze nascoste; volgetevi tutti a Dio, o credenti, che possiate prosperare!”

Questo versetto, che viene spesso definito il versetto del hijab, laddove la parola non ricorre nel testo arabo, viene tradotto nella versione italiana (soto la supervisione dell’UCOII) di Hamza Roberto Piccardo in modo del tutto distorto, lasciando intendere l’obbligo del velo: “E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che …”

Un altro versetto conferma la traduzione di Bausani che sottintende invece la sinonimia del termine khumur con un mantello. Si tratta di Corano XXXIII, 59: “O Profeta! Dì alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli (jalabibihinna); questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese. Ma Dio è indulgente clemente!”

Ancora una volta Piccardo usa la parola “velo” nella traduzione: “O Profeta, di’ alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate. Allah è perdonatore, misericordioso”.

La spiegazione è semplice: ideologia che usa la religione interpretandola a proprio uso e consumo. D’altronde persone come al-Sadiq al-Mahdi e Gamal al-Banna non sono certo dei laici e sono stati preceduti dal Mufti d’Egitto Muhammad ‘Abduh (1849-1905) che aveva dichiarato che l’imposizione del velo era dovuto non all’islam, ma “ai cuori degli uomini che temono la sedizione”, ovvero la seduzione femminile.

E’ questa la ragione per cui solo se la donna musulmana verrà liberata dall’ideologia che la vuole velata in nome di Dio, solo allora la società islamica troverà una via verso la libertà da chi oggi nei parlamenti egiziano e tunisino governa in nome di Dio.

ISLAM-S DIZIONARIO. VELO

“La visione del copricapo e delle donne che lo indossano offende la sensibilità degli atei, degli eretici, dei peccatori e dei libertini… perché ricorda loro i concetti di purità, modestia, virtù, decenza e fede. Vogliono seppellire e spazzare via questi concetti”.

(Shaikh Abu Basir al-Tartusi, salafita siriano)

“Secondo me, questo fenomeno è più sociale, economico e politico che religioso. Le donne sono minacciate e terrorizzate. La donna araba è sottoposta a una continua pressione affinché indossi il hijab. […] Alcuni dicono che il hijab è un dovere religioso – come se Dio abbia ordinato agli uomini di seguire cinque doveri e alle donne sei.” (Iqbal Baraka , direttrice della rivista femminile egiziana Hawaa)

In Tunisia il 27 maggio 2008 la polizia ha fermato per strada due ragazze che indossavano il hijab, ha cercato di obbligarle a scoprire il capo. Un parente delle due giovani, intervenuto per difenderle, è stato allontanato e trasportato in un luogo sconosciuto. In Turchia il 5 giugno la Corte costituzionale ha bocciato una legge che consentiva alle donne di indossare il hijab all’interno delle università in quanto da un lato contravveniva ai fondamenti laici dello stato turco dall’altro perché il velo è un simbolo dell’islam politico. A distanza di pochi giorni i due stati, a maggioranza islamica, più laici hanno attaccato il velo cosiddetto islamico. Talmente laici da essere gli unici due paesi del mondo musulmano ad avere abolito, la Turchia dopo la presa di potere di Ataturk nel 1928 e la Tunisia con Bourguiba nel 1956, la poligamia prevista dalla sharia. Ebbene, in un periodo in cui si assiste all’avanzata del fondamentalismo islamico per mano di partiti e movimenti legati ai Fratelli musulmani, il divieto di indossare velo viene considerato l’ultimo baluardo della laicità. Tutto ciò dovrebbe fare riflettere l’occidente che molto spesso in nome dell’islamicamente corretto giudica il velo il simbolo della libertà religiosa.

Il caso più recente riguarda la Confederazione elvetica. Nel marzo 2008 il Tribunale federale di Losanna ha annullato le decisioni di due comuni svizzeri, quello di Buchs e quello di Birr, sancendo che il hijab non è un motivo valido per negare la cittadinanza. I giudici federali hanno ritenuto che il velo esprime appartenenza a una religione, protetta dalla libertà costituzionale di credo e coscienza, e che il solo fatto di portarlo non è indice di mancata integrazione. Tale atteggiamento, in totale contraddizione con le decisioni turca e tunisina, merita un approfondimento. E’ innanzitutto interessante chiarire che se un ricorso era stato inoltrato dalla donna in questione una turca residente dal 1981 in Svizzera, l’altro era stato inoltrato da un bosniaco al quale era stata negata la cittadinanza perché sua moglie indossava il velo. Significativo quest’ultimo caso perché a fronte dell’accettazione del ricorso del marito, quello della moglie invece non è stato accolto non tanto perché la donna portava il velo, ma semplicemente palesava “insufficienti conoscenze linguistiche ed evidenti lacune in materia di conoscenze civiche”. Viene spontaneo chiedersi se la mancata conoscenza della lingua e le carenze in educazione civica non siano il risultato di uno scarso contatto con il mondo esterno. E se il velo non sia stato il primo visibile ostacolo all’integrazione.

Purtroppo le opinioni sul velo sono spesso discordanti e talvolta contraddittorie. Il velo è un diritto o un dovere? Il velo è indice di libertà religiosa o di sottomissione all’estremismo islamico? Per restare sempre al caso svizzero è interessante e preoccupante al tempo stesso che la decisione del Tribunale federale sia stata accolta con favore sia dal presidente della Federazione di organizzazioni islamiche svizzere (Fois), ideologicamente legata ai Fratelli musulmani e quindi espressione dell’islam politico, che dalla presidente del Forum per un islam progressista. Il primo, Hisham Maizar, ha dichiarato che si tratta del “primo passo nella giusta direzione”, sottolineando che “non si cerca l’assimilazione, bensì l’integrazione”. La seconda, l’intellettuale di origine tunisina, la laica Saida Keller-Messahli, ha commentato: “Credo che la decisione sia assolutamente corretta, poiché il velo non deve essere un criterio per giudicare se una persona è abile a diventare cittadino di questo paese”. In linea di principio le parole della Keller sarebbero condivisibili, se solo fossimo certi che il velo si tratti di una libera scelta e non di una imposizione da parte di un uomo, sia che si tratti del marito o di un imam qualsiasi. La presidente del Forum per un islam progressista dovrebbe forse domandarsi perché Elham Manea, politologa svizzera, di origine yemenita, vice-presidente della stessa associazione, ha sentito la necessità di scrivere un articolo, che le è costato serie minacce, dal titolo “Togliti il velo!” Si tratta di un vero inno alla libertà di scelta della donna contro l’imposizione arbitraria del hijab: “Due nazioni (Arabia Saudita e Iran), in cui il regime politico governa in nome della religione, attraverso la quale cercano di diffondere il loro modello e al tempo stesso affermare la legittimità del loro potere. Entrambe impongono alle donne il velo, affermando che si tratta di un simbolo religioso, a prescindere dalla loro volontà. A prescindere dalla volontà delle donne! Il pensiero dei Fratelli musulmani mira unicamente a raggiungere il potere politico. Tuttavia, poiché usano la religione per giustificare il loro fine, devono anche fornirci un modello “comportamentale islamico” e l’”abbigliamento” risulta esserne una parte centrale. Quindi, torno a ripetere, la questione del velo è del tutto politica. Politica e basta. “Dovrebbero bastare queste parole per fare comprendere che il velo nella maggior parte dei casi è lesivo della libertà della donna e ad ogni modo non è un abbigliamento richiesto dall’islam. Dovrebbero bastare queste parole per fare capire la ragione per cui Turchia e Tunisia non vogliono piegarsi alle imposizioni dell’islam politico.

Infine, una liberale come Saida Keller dovrebbe chiedersi perché il suo giudizio sulla sentenza della Corte federale coincide con quello del presidente della Fois, con il giudizio di una persona che considera la religione uno strumento politico e che rappresenta un islam che lei con il suo Forum vorrebbe combattere. Forse dovrebbe rivedere il concetto stesso di libertà e ricordare che la libertà di portare il velo si trasforma spesso in un semaforo verde per tutti coloro che lo vogliono imporre a tutte le musulmane.

Anche l’Egitto offre molti spunti di riflessione. Nel gennaio 2006 al Cairo fui protagonista di un fatto molto spiacevole. Erano le 22.30 e mi trovavo a Medinat Sitt Oktober, quartiere satellite della grande metropoli. Mi accingevo a salire su un minibus con la scrittrice egiziana Sahar Tawfiq. Entrambe vestivamo in maniera molto semplice ed eravamo avvolte da un soprabito. Entrambe non indossavamo il velo. Io in quanto occidentale che ha un’avversione cronica a tutto ciò che assomiglia a un copricapo, tanto che mi rifiuto di andare in paesi come l’Iran e l’Arabia Saudita dove anche le non musulmane, in quanto donne, devono velarsi. Sahar in quanto figlia degli anni Cinquanta, figlia di un Egitto laico dove le donne si vestivano seguendo la moda occidentale. Per usare le sue parole “mai e poi mai” si metterebbe un hijab. Ebbene, veniamo subito squadrate da capo a piedi dall’autista. Paghiamo il biglietto. Ci accomodiamo e ci accorgiamo di essere le uniche donne. Il minibus finalmente si mette in moto. L’autista ingrana la marcia e quasi contemporaneamente infila una musicassetta nel registratore. Al Cairo ci si aspetta di ascoltare la magica voce di Oumm Kalthum o al massimo una cassetta in cui viene salmodiato il Corano. Dopo qualche istante invece ci accorgiamo che la cassetta era rivolta a noi. La voce roca e prepotente di un imam inizia a snocciolare versetti coranici e detti del Profeta per ammonire gli uomini a fare indossare alle proprie mogli il niqab, il velo nero integrale, perché solo questo rende le mogli e le musulmane rispettabili. Portare invece solo il hijab, il foulard, equivale ad essere nude, quindi ad essere delle donne di malaffare. Il sermone ci accompagna per circa un’ora ovvero fino a quando raggiungiamo Midan al-Tahrir, la piazza centrale del Cairo. Sahar è imbarazzata e furibonda. Sbotta. “Non è la prima volta che mi capita. Pensa che fino a un mese fa anche in metropolitana nei vagoni riservati alle donne salivano donne in niqab che minacciavano quelle che non lo indossavano. La situazione era diventata a tal punto insostenibile che il governo ha vietato a chiunque di predicare sui mezzi pubblici! Non riconosco più il mio Egitto.” Ha ragione. Anch’io non lo riconosco più. E purtroppo le donne velate sono solo la punta dell’iceberg dell’avanzata dell’estremismo islamico dei Fratelli musulmani. Se negli ultimi anni sono aumentate le donne velate sono aumentati in maniera proporzionale anche i barbuti.

E’ un fatto innegabile: le donne sono le prime vittime dell’islam politico. E il hijab ne è il simbolo evidente. Non a caso due paesi come la Tunisia e il Marocco stanno giustamente ponendo un freno al velo. Il Marocco, che è riuscito a varare la riforma del Codice della famiglia nel febbraio 2004, si accinge a vietare il velo nei luoghi pubblici. Qui la riforma e il conseguente miglioramento della condizione della donna sono stati un messaggio forte del governo agli estremisti. Per la Tunisia riporto un fatto cui ho assistito di persona. Due anni fa, mi trovavo in quella Tunisi profumata e variopinta dove ho frequentato i miei primi corsi di arabo, in quella Tunisi così vicina a noi, dove le studentesse universitarie sono identiche a quelle italiane, dove le ragazze portano i pantaloni a vita bassa. Sto passeggiando con una collega tunisina per i vicoli della Medina in cerca di libri e spezie. Le librerie sono concentrate nei pressi della moschea della Zeituna. Vorrei dare un’occhiata all’interno della moschea. E’ venerdì. Ora della preghiera comunitaria. Io e la mia collega sappiamo benissimo che non si può entrare. Saliamo solo le scalinate che conducono all’ingresso e ci fermiamo. Ad un certo punto un gruppo di barbuti sale la scalinata. Ci guardano. E scrutano severamente Amel che indossa un tailleur giacca e pantalone color panna. Improvvisamente un barbuto le si avvicina e con tono minaccioso la redarguisce: “Tu dovresti essere dentro a pregare… e poi copriti il capo! Svergognata, sei musulmana è un tuo dovere!” Anche in questo caso mi sono domandata dove stia andando la Tunisia laica dove nel 1956 è stata abolita la poligamia ed è stato vietato il velo. Ben venga quindi la decisione dell’attuale presidente Ben Ali di vietare il hijab nei luoghi pubblici perché come ha affermato il Ministro degli Esteri “è lo slogan politico di un gruppuscolo che si cela dietro la religione”. Non è un caso che questa decisione sia andata di pari passo con l’oscuramento in Tunisia della televisione satellitare Al Jazeera, controllata dai Fratelli musulmani, che ha avviato una campagna denigratoria contro la decisione del governo tunisino. D’altronde Al Jazeera è il pulpito da cui predica lo shaikh Yusuf al-Qaradawi, teologo di riferimento dei Fratelli musulmani in generale, di personaggi come Tariq Ramadan e di rappresentanti dei Fratelli musulmani anche Italia quali i membri dell’Ucoii (Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia) in particolare. Qaradawi e Ramadan sono “casualmente” i principali promotori, dopo la legge sui simboli religiosi in Francia, di un’Assemblea per la protezione del hijab con il proprio sito ufficiale (www.pro-hijab.net) che reca nella pagina iniziale il “versetto del hijab”, all’interno del quale però la parola araba hijab non compare. A dimostrazione di quanto il testo coranico venga distorto a proprio uso e consumo al-Qaradawi ha emesso una fatwa sull’obbligatorietà del velo, che prevede però un’unica eccezione: quella delle donne martiri. Anche qui la donna diventa uno strumento per raggiungere scopi politici. “Per quanto riguarda il hijab, una donna (martire) qualora sia necessario al fine di portare a compimento la missione può anche togliersi il velo, perché morirà per la causa di Dio, non per mostrare la sua bellezza o per scoprire i capelli.” Dove l’uomo non può arrivare, scende in campo la donna. E’ questa l’ideologia diffusa dai Fratelli musulmani, anche in Italia. “Usano” la donna, le fanno credere che per essere una buona musulmana bisogna indossare il velo perché altrimenti sedurrebbe gli uomini e li farebbe deviare dalla retta via e ne andrebbe del suo onore. Fortunatamente sia nel mondo musulmano sia in occidente esistono donne come Naima El Bezaz, olandese di origine marocchina, che sarcasticamente grida “Fate indossare il velo agli uomini musulmani!” e come Nahed Selim, olandese di origine egiziana, che urla coraggiosamente “Sottraete il Corano agli uomini!”

ISLAM-S DIZIONARIO. VELO INTEGRALE

“La donna deve indossare un niqab con una fessura sola, possibilmente piccola, giutso per non inciampare quando cammina” (shaikh Mohammed al-Habdan, teologo saudita)

“La gente ha il diritto di riconoscere l’identità della persona con cui deve trattare. L’obbligo del niqab ricadeva solo sulle mogli del Profeta” (Ahmad al-Qubaisi, teologo iracheno)

Oggi in Egitto su circa 90.000 infermiere 9.630 indossano il niqab, il velo integrale che copre capo, viso, mani della donna. E’ un dato allarmante che conferma il dilagare dell’estremismo islamico nella terra dei Faraoni dove il foulard è ormai la norma e passa quasi inosservato. Ebbene, il Ministero della salute egiziano ha preso una decisione coraggiosa che dovrebbe insegnare molto anche all’Occidente: a partire da marzo le infermiere non dovranno più indossare il niqab e qualora non rispettassero il divieto saranno perseguibili legalmente e potranno persino essere allontanate dal posto di lavoro. Huda Zaki, rappresentante del Ministero, è molto chiara nell’illustrare le ragioni di tale decisione: “Il mestiere dell’infermiera, come qualsiasi altro mestiere, ha delle esigenze e una divisa specifiche. E chi vuole svolgere questo mestiere si deve adeguare. Il niqab rappresenta un ostacolo alle operazioni che l’infermiera deve compiere per avvicinare il malato, quale ad esempio lavarsi le mani tra un malato e l’altro, operazione che risulta impossibile se si indossano i guanti”. L’ordinanza verrà attuata prima al Cairo e poi verrà estesa a tutto l’Egitto.

Non sono certo mancate reazioni. La prima proviene da Issam al-Aryan, tesoriere del sindacato dei medici, che sottolinea che l’abbigliamento delle infermiere non è il principale problema degli ospedali egiziani. Di fatto chi conosce l’Egitto potrebbe anche condividere tale affermazione, tuttavia se si indaga su chi sia il dottor al-Aryan si scopre che è anche uno dei dirigenti dei Fratelli musulmani egiziani, ormai infiltrati in ogni settore pubblico e civile! Non a caso costui si affretta a dichiarare, con un tono che sa di minaccia: “ Per quanto riguarda l’obbligo di togliersi il niqab, le infermiere ricorrere al giudice che prenderà una decisione”. Come è già stato fatto in passato nel momento in cui il Ministero dell’educazione e dell’istruzione aveva voluto introdurre una simile ordinanza nelle scuole e a seguito del ricorso in tribunale – ricordiamo che anche la giustizia in Egitto è totale appannaggio dei Fratelli musulmani – non è mai stata attuata. Di tutt’altro avviso è Mohammed Abu al-Ghar, docente alla Facoltà di medicina dell’Università del Cairo, che afferma: “Le donne con il niqab non hanno il diritto di svolgere nessun lavoro che le metta a contatto con la gente. E’ mio diritto guardare in faccia la persona con cui mi rapporto.”

Tutto ciò dovrebbe farci riflettere su quanto accade anche nel nostro paese. In Italia si parla sempre più spesso, non del velo semplice, ma del velo integrale islamico. Il caso è stato sollevato anche dal “Corriere del Veneto” il 6 ottobre 2007 con un articolo di Federica Baretti dal titolo “Il prefetto sfida lo sceriffo: sì al burqa”. Dove lo “sceriffo” è il prosindaco leghista Giancarlo Gentilini.

E’ di alcuni anni fa l’ordine di Gentilini alla polizia municipale di arrestare le donne con il burqa ai sensi dell’articolo 5 della legge 152 del 1975 che vieta di fare uso in luogo pubblico, salvo giustificato motivo, di caschi o di qualsiasi altro strumento atto a impedire il riconoscimento della persona. Ebbene nell’ottobre 2007, al termine di una riunione con la Consulta per l’immigrazione e l’associazione Migrantes, si è stabilito che “se per motivi religiosi una persona indossa il burqa, lo può fare, basta che si sottoponga all’identificazione e alla rimozione del velo”. Il prefetto, ha fondato probabilmente la sua affermazione sulla circolare del Dipartimento della Polizia del dicembre 2004, che legittima il burqa in quanto “segno esteriore di una tipica fede religiosa” e una “pratica devozionale”.

Il burqa era invece stato considerato illegale dal procuratore della Repubblica di Cremona Adriano Padula il 25 settembre 2005, specificando che si tratta “un comportamento vietato dalla legge”. Da allora la polizia locale ha l’ordine di fermare, condurre in Questura e denunciare le donne che circolano in luoghi pubblici con il burqa. Il 14 ottobre del 2005 l’allora ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli, dichiarò che “girare per strada indossando il burqa è illegale e la religione islamica è profondamente intollerante perché rivendica il diritto, in nome delle proprie convinzioni religiose, a violare le leggi dello Stato”. Eppure, successivamente alla presa di posizione del prefetto Capocelli, anche il procuratore capo di Treviso ha sostenuto la legittimità del burqa. E’ quindi evidente che ci sia un profondo contrasto tra la legge 152/75 e la circolare del Dipartimento della Polizia del 2004. E che sarebbe opportuno porre fine a questo conflitto abrogando questa circolare. Ma più in generale s’impone una seria riflessione sulla penetrazione strisciante della sharia nel nostro paese. Al punto che è stata promulgata una sentenza definitiva, la numero 11919 della Terza sezione penale della Corte di Cassazione di Roma del 4 aprile 2006, che ha deliberato che “la religione musulmana impone alle credenti” di portare il velo. Questo scontro sul velo integrale, chiamato burqa in Afghanistan ma che nella versione più diffusa è noto come niqab, era esploso già anni fa in Egitto all’interno delle università, dove i rettori e i presidi si sono trovati costretti a reagire di fronte all’impossibilità di verificare l’identità reale delle studentesse che si presentano a sostenere gli esami. Così come c’è stata la decisione delle autorità del Kuwait di vietare la guida alle donne con il niqab, per ragioni legate esclusivamente alla sicurezza stradale, dato che l’unica fessura all’altezza degli occhi impedisce la visuale a 180 gradi, in aggiunta al fatto che in caso di infrazione al codice è impossibile individuare i tratti somatici della donna. Perfino i responsabili della sicurezza in Arabia Saudita hanno lanciato un’offensiva contro il niqab dopo la scoperta che diversi terroristi islamici lo hanno utilizzato per camuffarsi ed eludere indenni i posti di blocco o le perquisizioni negli edifici sospetti che si sono intensificate parallelamente all’aumento degli attentati terroristici nel Paese. Anche l’Ente di gestione dell’amministrazione pubblica di Abu Dhabi ha proibito il niqab in tutti gli uffici della pubblica amministrazione per combattere la piaga dell’assenteismo incontrollabile. Le impiegate, dopo aver timbrato il cartellino, si dileguano nel nulla avvolte e protette dal niqab.

Una decisione che è stata avallata dallo shaikh Ahmad al-Qubaisi tramite una fatwa in cui spiega che il niqab sarebbe prescritto alle sole mogli di Maometto: “La gente ha il diritto di riconoscere l’identità della persona con cui deve trattare affinché non si senta ingannata. L’obbligo del niqab ricadeva solo sulle mogli del profeta perché loro sono le madri di tutti i fedeli. Ma nessun’altra donna ha questi requisiti”. La conclusione del giureconsulto islamico è netta: “Il mostrare il proprio volto al pubblico è consentito dall’islam ed è imposto dalle esigenze del lavoro. Le donne che non sono d’accordo si cerchino un altro lavoro in cui non siano costrette a mostrare il volto.”

Non rimane che domandarci se non dovremo aspettare l’invasione dei niqab, al pari dell’attuale Egitto, per doverci svegliare. Ma allora con molta probabilità sarà troppo tardi! D’altronde, come dimostrano la circolare del Dipartimento di Polizia e la sentenza del Tribunale di Roma, l’ideologia del velo, diretta emanazione dell’ideologia dell’estremismo islamico dei Fratelli Musulmani, è già arrivata nella nostra magistratura… proprio come in Egitto!

VALENTINA COLOMBO (Cameri, 1964) è docente di Cultura e Geopolitica dell’islam presso l’Università Europea di Roma e Senior Fellow presso la European Foundation for Democracy a Bruxelles. E’ membro del Comitato per l’islam italiano presso il Ministero dell’interno.

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Islam-s newsletter n. 8
Il califfato sta per ritornare

“Il Movimento è prossimo a realizzare il suo obiettivo supremo così come definito dal suo fondatore Hasan al-Banna. Ovverosia l’instaurazione di un sistema di governo giusto e ben guidato in tutti i suoi principi basilari e in tutte le sue strutture”, sono queste le parole che stanno scatenando il dibattito in Egitto, mentre si sta svolgendo il terzo e ultimo turno elettorale. La citazione è tratta da uno degli ultimi messaggi che settimanalmente Muhammad Badie, l’attuale Guida suprema dei Fratelli musulmani, pubblica sul sito ufficiale del movimento. Che cosa s’intende per “governo giusto e ben guidato”? In ambito islamico l’espressione “ben guidato” ha un significato preciso e rappresenta uno specifico riferimento storico al periodo dei califfi ben guidati , i primi quattro successori di Maometto ovvero Abu Bakr, Omar, Uthman e ‘Ali, cugino e genero del profeta dell’islam. Il periodo compreso tra la morte di Maometto, nel 632, e quella di ‘Ali nel 661 è considerato l’epoca dell’oro dalla storiografia islamica. A questi viene usualmente aggiunto l’omayyade Omar ibn ‘Abd al-‘Aziz (717-720) il cui regno viene definito il quinto califfato.

Non è quindi un caso che il 13 novembre scorso Hamadi Jebali, l’attuale Primo ministro tunisino e segretario generale del partito El Nahdha legato ai Fratelli musulmani, nel corso di una riunione del proprio movimento politico aveva dichiarato, scatenando altrettante polemiche, che la Tunisia era in procinto di entrare nel sesto califfato. E’ evidente che l’avanzata dei Fratelli musulmani nel mondo arabo da un anno a questa parte stia dando l’illusione di potere raggiungere il potere ovunque nel mondo islamico. Il loro radicamento a tutti i livelli della società, dalla moschea ai sindacati e ora ai Parlamenti conferisce ai Fratelli musulmani uno straordinario potere d’azione. Le smentite sia da parte della Guida Suprema sia di Jebali che hanno affermato di essere stati fraintesi vengono a loro volta smentite dalle parole del fondatore dei Fratelli musulmani Hasan al-Banna, perenne punto di riferimento ideologico: “Noi vogliamo l’individuo musulmano, poi la famiglia musulmana, la società musulmana, lo Stato musulmano e infine la nazione islamica (umma).” E’ altrettanto evidente che umma e califfato nel linguaggio dell’islam politico sono due sinonimi. L’ideologia della Fratellanza risente molto di quella espressa nel 1922 da Rashid Ridà che aveva pubblicato uno studio in cui auspicava una via democratica all’imamato supremo e la restaurazione del Califfato come espressione di una nuova forza e unità dell’islam. Certamente né Badie né Jebali potrebbero accettare quanto affermato nel 1925 da ‘Ali Abd al-Raziq che aveva cercato di giustificare su base coranica la tesi della pura spiritualità della missione del Profeta; che l’islam non aveva nulla di politico e che i popoli musulmani avrebbero dovuto scoprire il secolarismo dello Stato.

E’ indubbio che i Fratelli musulmani sentano vicino il raggiungimento dell’obiettivo finale: il califfato islamico. Profetiche sono state le parole della studiosa Bat Yeor per la quale “il califfato universale è un obiettivo che l’Organizzazione della Conferenza Islamica vuole ottenere usando diverse strategie, un progetto che porterà alla completa islamizzazione del mondo libero, una dominazione che sarà possibile anche grazie alla complicità dei governi occidentali”. Non c’è dubbio che se la complicità delle istituzioni occidentali, in particolare europee, ha dato sempre più potere all’Organizzazione della Conferenza Islamica, è sempre l’occidente ad avere sdoganato i Fratelli musulmani, quindi se il califfato universale si realizzerà, meglio si sta realizzando, potremo solo recitare il mea culpa quando ci accorgeremo di essere caduti nelle fauci del leone.

 

ISLAM-S DIZIONARIO. CALIFFO, SULTANO ED EMIRO

Secondo la tradizione islamica Maometto avrebbe detto: “Dopo di me i califfi, dopo i califfi gli amir, dopo gli amir  i re, e dopo i re i tiranni”. In arabo khalifa significa letteralmente “colui che viene dopo”, ovvero il successore di Maometto. Il termine khalifa si trova due volte nel testo coranico: riferito a Adamo (II,30): “E quando il tuo Signore disse agli angeli: Ecco io porrò sulla terra un mio Vicario” e riferito a Davide (XXXVIII, 26): “O Davide! Noi ti abbiam costituito Vicario sulla terra, giudica dunque fra gli uomini secondo verità e non seguir la passione che ti travierebbe dalla via di Dio e quelli che deviano dalla via di Dio avranno castigo violento, per avere dimenticato il giorno del Conto”. Davide profeta e re per i musulmani coniuga l’autorità religiosa e politica.

Il califfato storico ha comunque inizio con Abu Bakr. La tradizione storiografica musulmana narra quanto segue: Quando Abu Bakr successe al Profeta fu chiamato khalifatu Allah, successore di Allah. Omar lo maledisse dicendo: ‘Quello è Davide’. L’uomo lo chiamò allora khalifatu  rasul Allah, successore del successore dell’Inviato di Allah, e Omar disse: ‘Giusto stavolta però diventa un po’ lung’o. Chiese l’uomo: ‘Insomma come ti dobbiamo chiamare?’ E l’uomo rispose: ‘Voi siete i credenti e io sono il vostro capo perciò chiamatemi ‘principe dei credenti’ (amir al-mu’minin).

Solo in tre casi il titolo di khalifatu Allah è stato utilizzato, anche se in maniera ufficiosa: il primo che ha utilizzato questo titolo in un’iscrizione è stato l’omayyade ‘Abd al-Malik (685-705), il primo anche ad avere obiettivi imperiali consapevoli e espliciti, quale rivale musulmano dell’imperatore di Costantinopoli; ci sono poi le monete dell’abbaside Ma’mun (813-833) nelle quali egli è definito khalifat Allah; il terzo a utilizzare il titolo in un’iscrizione fu uno dei ultimi califfi abbasidi al-Nasir (1180-1225) che non solo si definì khalifat Allah, ma affermò di esercitare tale funzione sulla kaffat al-muslimin ovvero “sulla totalità dei musulmani”.

In linea di principio vi può essere un solo khalifa, un solo sovrano supremo: titolo sentito come universale. Per tutto il Medioevo il titolo fu portato solo da coloro che sostennero, o almeno rivendicarono, la carica di supremo governante musulmano, mai dai governanti minori con pretese più limitate.

In linea di principio poteva dunque darsi un solo califfo e, con una sola eccezione, il principio fu mantenuto. L’eccezione fu la grande sfida lanciata dai califfi fatimidi, sciiti, che comparsi nel Nordafrica agli inizi del X secolo governarono l’Egitto, la Siria, l’Arabia occidentale, e tentarono invano di conquistare l’Oriente. Il califfato di quell’epoca dovette quindi affrontare un anti-califfo. I califfi fatimidi non furono una dinastia locale, bensì i capi di un vasto movimento religioso e politico ispirato allo sciismo ismailita che negava la legittimità dei califfi abbasidi. D’altro canto il primo, e per lungo tempo unico, esempio di califfato puramente locale fu quello stabilito dall’emiro omayyade di Cordova nel 929. Fino a quel momento i sovrani della Spagna musulmana si erano fregiati del titolo di amir e avevano formalmente riconosciuto il califfato abbaside di Baghdad.

Il titolo di califfo era in declino. Nel 1194 lo storico persiano Rawandi scriveva: “Se il califfo è l’imam, allora la sua costante occupazione deve essere la preghiera, dato che la preghiera è il fondamento della fede e delle buone azioni. La sua preminenza in questo campo e il fatto che egli serva da esempio al popolo gli devono bastare. Questa è la vera sovranità: assurda l’interferenza del califfo negli affari del governo che dovrebbero restare affidati ai sultani”.

Gli ottomani fecero uso di titoli califfali. Ciò che diede maggior peso all’uso ottomano di questi titoli fu ovviamente la grande potenza militare e navale di quell’impero e la sua posizione di campione dell’islam nei confronti da una parte dell’Europa cristiana dall’altra dell’Iran sciita. L’epoca del califfato universale era finita.

Amir: letteralmente è “colui che impartisce gli ordini”. E’ qualcuno che comanda, un comandante militare, un governatore di provincia e, quando l’autorità è più o meno ereditaria, un principe.

Si narra che il califfo Omar avesse introdotto il titolo di amir al-mu’minin. Il titolo di amir  è comunque un titolo di cui si sono insigniti una gran numero di sovrani minori che si arrogarono la sovranità effettiva pur riconoscendo in via puramente simbolica quella del califfo.  Quelli degli emiri furono tempi di frammentazione, sia di potere sia di territorio. Anzitutto i califfi persero autorità nelle provincie che furono governate da dinastie indipendenti, talvolta ereditarie. Nel 935 l’emiro di Baghdad per stabilire il suo primato sugli emiri delle provincie utilizzò il titolo di amir al-umarà.

 

Sultan: è il sostantivo astratto con cui in arabo si suole indicare l’“autorità”. In origine si usava solo come concetto e mai per una persona. In seguito viene comunemente usato come per le persone e raramente per l’astratto. Pare sia stato usato dapprincipio per i ministri, governatori o altri personaggi importanti. Pare che il titolo di sultan sia stato attribuito per la prima volta dal califfo Harun al-rashid al suo wazir. In seguito assume un nuovo significato: v’era un solo sultano così come v’era un solo califfo e il sultano era il supremo capo politico e militare.

 

Malik, ovvero “re”, non ha sempre connotazione positiva. Nel Corano il termine ricorre spesso come attributo divino e in quanto tale è impregnato di santità. Applicato a esseri umani presenta invece una connotazione negativa. Nella sura XII del Corano “re” è il Faraone cui difficilmente viene fatto di pensare come a un modello di governante buono e giusto. Nei primi secoli dell’Islam, divenne abituale contrapporre la monarchia al califfato: mentre il secondo rappresentava il governo islamico sottoposto alla legge di Dio, la prima stava a indicare un governo personale e arbitrario, senza base e sanzione religiosa e legale. Lo storico Tabari riferisce la conversazione tra Omar e Salman al-Farisi: Disse Salman che Omar gli aveva chiesto: ‘Sono un re o un califfo?’ ed egli rispose: ‘Se hai tassato le terre dei musulmani di un dirham e quello hai utilizzato a fini illegali, allora sei un re, altrimenti sei un califfo’. E Omar pianse.

Importante notare come gli storici arabi del periodo abbaside parlino di califfato per i primi califfi ben guidati, di regno per gli omayyadi e ritornino a parlare di califfato per gli abbasidi.

 

 

VALENTINA COLOMBO (Cameri, 1964) è docente di Cultura e Geopolitica dell’islam presso l’Università Europea di Roma e Senior Fellow presso la European Foundation for Democracy a Bruxelles. E’ membro del Comitato per l’islam italiano presso il Ministero dell’Interno.

 

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