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Magdi Cristiano Allam sull’attentato di Londra: «Evitiamo che da noi le moschee diventino fabbriche del terrore»

di Francesca Siciliano

24/05/2013 11:46:19

«Dalle moschee spesso parte il terrore». Magdi Cristiano Allam è perentorio, e intervistato da IntelligoNews sul feroce attentato terroristico di Londra...

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Salviamo l'Europa: sciogliamo l'euro

di Brigitte Granville, Hans-Olaf Henkel e Stefan Kawalec
24/05/2013 12:40:03
Salviamo l'Europa: sciogliamo l'euro
(Fonte: http://www.bloomberg.com/news/2013-05-14/save-europe-split-the-euro.html - Traduzione: http://www.vincitorievinti.com/2013 /05/salviamo-leuropa-sciogliamo-leuro.html#. UZ8VuWQW5DQ.facebook)
 
Alla vigilia della guerra civile americana, Abraham Lincoln pronunciò la famosa frase "una casa divisa non può stare in piedi." Oggi, l'Unione Europea - impegnata da decenni alla ricerca di un' "unione sempre più stretta" - deve confrontarsi con una straziante verità. La massima di Lincoln deve essere letta al contrario. Affinché l'UE possa sopravvivere, l'euro si deve sciogliere.
Tra il trattato di Roma del 1957 e l'Atto unico europeo, del 1986, i governi europei hanno portato avanti la più grande rivoluzione pacifica che il continente abbia mai visto nella sua lunga e travagliata storia. La creazione di una moneta unica europea avrebbe dovuto basarsi su questo notevole successo. Era supposta essere il successivo fondamentale passo verso una maggiore unità e prosperità. La crisi economica nell'Europa meridionale mostra che invece il regime dell'euro, almeno nella sua forma attuale, è  diventato una minaccia mortale per entrambi questi obiettivi.

Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e Cipro sono intrappolati nella recessione e non possono riconquistare la competitività svalutando le loro monete. Le economie del nord della zona euro hanno dovuto partecipare a ripetuti salvataggi mettendo da parte ogni principio di finanza prudente. Un circolo vizioso di risentimento e populismo a sud e un rafforzamento del nazionalismo a nord stanno lacerando l'unione.

E la crisi non è ancora finita. La Francia, la seconda economia più grande d'Europa, sta sprofondando in una grave crisi economica. Come i paesi del sud, deve riguadagnare competitività, ma come loro, essendo parte del sistema dell'euro, manca dello strumento necessario. A causa delle sue dimensioni e per il ruolo guida che ha avuto nell'evoluzione dell'UE, la Francia, come sosteniamo nella parte 2 di questo articolo, sarà fondamentale per spezzare il circolo vizioso.
 
Gap di Competitività

Prima, però, che cosa è andato storto? La moneta unica europea si supponeva dovesse facilitare il funzionamento dell'economia europea. Con la fissazione del tasso di cambio nominale e l'eliminazione del rischio di cambio, l'euro avrebbe dovuto realizzare la convergenza tra le economie più forti e quelle più deboli dell'eurozona - il cosiddetto centro e periferia. Il capitale sarebbe fluito dai paesi in surplus nei conti con l'estero  verso i paesi nella necessità di prendere in prestito, aumentando la produttività e la crescita.
 
La realtà è stata diversa. La moneta unica ha fissato - anzi, ha peggiorato - il divario di competitività causato dalle differenze nei tassi di inflazione e nei costi unitari del lavoro. Gli squilibri esteri sono cresciuti. Nel 1999-2011, i costi unitari del lavoro (le retribuzioni per unità di prodotto) in Grecia, Spagna, Portogallo e Francia sono aumentati rispetto alla Germania dal 19 al 26 per cento.

Nei paesi meno competitivi, questo ha prodotto dei deficit delle partite correnti dal 2 al 10 per cento del prodotto interno lordo nel 2010, e un avanzo delle partite correnti in Germania del 6 per cento del PIL. Avendo escluso la possibilità di svalutare, questi squilibri possono essere affrontati solo in due modi – o con la "svalutazione interna" o attraverso trasferimenti transfrontalieri.
 
Svalutazione interna significa che i paesi in deficit cercano di riguadagnare competitività attraverso la riduzione della spesa pubblica e l'aumento della pressione fiscale, che sperano possa abbassare i prezzi e i salari in crescita. L'effetto a breve termine sarà quello di indebolire la domanda interna.

A meno che non vi sia una compensazione derivante dall'aumento della domanda estera - con i paesi in surplus, in particolare la Germania, che intraprendono una politica di stimolo che aumenti un po' l'inflazione - un' "austerità" di questo tipo metterà a repentaglio la crescita economica e, quindi, le finanze pubbliche dei paesi in deficit. Tuttavia, non vi è alcuna prospettiva che la Germania - insieme agli altri paesi economicamente simili nella zona nord dell'euro - possa accettare di attuare un tale stimolo, in quanto ciò sarebbe in contrasto con la sua cultura politica ed economica. Ciò farà aumentare i dubbi sulla sostenibilità finanziaria del debito pubblico dei paesi in deficit e sulla sostenibilità politica delle loro politiche di svalutazione interna.
 
L' esempio della Lettonia
La Lettonia e l'Islanda dimostrano come possono essere pesanti i costi economici e sociali della svalutazione interna, rispetto ai costi di una svalutazione esterna, o del cambio. Dal 2008 al 2010, il PIL in Islanda è diminuito solo della metà (svalutazione esterna) di quanto è diminuito in Lettonia (svalutazione interna).

L'occupazione è scesa del 5 per cento in Islanda contro il 17 per cento in Lettonia. I sostenitori dell'euro possono anche dire che la svalutazione interna sta cominciando a funzionare - nei paesi in crisi dell'eurozona come la Grecia i salari reali hanno iniziato a diminuire rapidamente e le riforme strutturali hanno cominciato ad aumentare la produttività. Tuttavia, non è chiaro se la tolleranza politica della Lettonia per il collasso della produzione, dell'occupazione e dei redditi può essere riprodotta anche altrove.
L'alternativa principale sono i trasferimenti. I paesi in deficit possono attutire la loro contrazione con dei trasferimenti dai paesi in surplus, invece che con la svalutazione interna. Il problema è che tali trasferimenti non saranno più indolori.

Prima del 2008, essi hanno assunto la forma di prestiti privati transfrontalieri ai governi e alle banche, che in molti casi hanno preso in prestito i soldi offrendo immobili come garanzia. Da quando nel 2008 è scoppiata la bolla del credito, questi flussi finanziari privati sono stati sostituiti da trasferimenti dai bilanci statali, che hanno fatto lievitare i deficit di bilancio e le passività implicite dei Paesi periferici nel sistema dei pagamenti della Banca Centrale Europea (noto come Target2). Senza i trasferimenti dalla Germania e dagli altri paesi del nord, la posizione fiscale di molte economie non competitive della zona euro è diventata insostenibile.
Tali trasferimenti proverranno dal denaro dei contribuenti - fornito sia direttamente attraverso il Meccanismo Europeo di Stabilità, sia  indirettamente attraverso le banche dei paesi creditori. (Nel caso che le banche creditrici dovessero accettare qualche forma di ristrutturazione del debito sovrano, le banche dovranno essere ricapitalizzate con denaro fornito dai contribuenti nei paesi di origine.)

Questa prospettiva è dinamite politica. Quindi tali trasferimenti sono subordinati a una rigorosa disciplina di bilancio e alle riforme strutturali. Nonostante le rigide condizionalità, i contribuenti / elettori nei paesi creditori come la Germania potrebbero non adattarsi mai all'idea, creando il rischio di una reazione anti-europea. Una reazione del genere diventerebbe una certezza nel caso fin troppo probabile che le regole venissero trasgredite o messe da parte.
 
Stampare Moneta
 
Molti governi dei paesi debitori preferirebbero avere dei trasferimenti sotto forma di denaro stampato dalla BCE - con minori, eventuali, limiti. I funzionari francesi l'hanno detto esplicitamente. Ma il meglio che possono sperare sono gli acquisti di titoli di Stato a breve termine da parte della BCE (note come outright monetary transactions). Se dovessero essere attuati, questi saranno soggetti alle stesse rigide condizioni fiscali applicate ai trasferimenti dal MES.

Quindi, le prospettive per i Paesi debitori della zona euro sono di un inasprimento fiscale implacabile e di anni di domanda carente. Ciò si tradurrà in una contrazione o, nella migliore delle ipotesi, una stagnazione della produzione e degli standard di vita. Nel frattempo, sta crescendo il sentimento anti-UE e in particolare anti-tedesco  – come dimostrano le scene per le strade di Nicosia dopo la crisi di Cipro.
Gli Stati Uniti d'Europa potrebbero salvare la situazione? Alcuni tra i primi fautori dell'euro hanno riconosciuto alla fine degli anni '90 che il progetto comportava che "l'economia doveva guidare la politica." Essi vedevano la moneta unica come un modo per mettere il continente su un percorso irreversibile verso una piena unione politica - un obiettivo che gli elettori europei avrebbero rifiutato se gli fosse stato chiesto in maniera diretta.

Una maggiore mobilità del lavoro potrebbe essere uno degli elementi di questa unione. Si potrebbero immaginare le popolazioni dei paesi depressi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l'Italia, emigrare verso i paesi ricchi come la Germania e la Finlandia. In questo scenario, interi paesi potrebbero finire per somigliare a delle spopolate regioni rurali - come quelle regioni della Francia, negli anni del dopoguerra, che i giovani ben istruiti abbandonavano in massa spostandosi verso le città e lasciando dietro di sé una popolazione invecchiata, pesantemente dipendente dalle assicurazioni sociali. Le barriere linguistiche e culturali rendono comunque improbabile questa forma di aggiustamento economico.
 
Invece, gli appassionati dell'euro puntano le loro speranze su una unione fiscale. I trasferimenti dovrebbero prendere il posto delle migrazioni - e un nuovo quadro di responsabilità politica dovrebbe prevenire gli abusi (il cosiddetto problema del free-rider) e gestire le tensioni. Purtroppo, anche se questo sarebbe possibile, le divergenze di competitività rimarrebbero.

Consideriamo i casi della Germania orientale e del sud Italia. Nella riunificazione tedesca del 1990, i salari della ex Germania orientale sono stati convertiti in marchi tedeschi 1-a-1, abbattendo in un colpo solo la competitività della Germania orientale.

Trasferimenti tedeschi
In ciascuno degli anni seguenti la riunificazione, la Germania orientale ha ricevuto trasferimenti per il 4 per cento del PIL tedesco. Eppure la convergenza non c'è stata - persone giovani e istruite continuano a migrare verso la Germania occidentale. Nemmeno nel Sud Italia c'è stata convergenza, nonostante decenni di trasferimenti. La disoccupazione è il doppio di quella del Nord Italia, e il PIL privato pro capite è meno della metà.

E poi c'è la politica. I paesi non competitivi dell'eurozona non possono sperare di ricevere trasferimenti del valore del 25 per cento del loro PIL ogni anno, come la Germania orientale, o anche del 16 per cento del PIL, come nel sud Italia.
 
Qualcosa deve cedere - e dovrà essere il sistema dell'euro. Per preservare l'Unione europea, l'Unione monetaria deve essere smantellata. Il parallelo storico fin troppo rilevante è la difesa del gold standard nel periodo tra le due guerre, che arrivò quasi a distruggere la democrazia in tutto il mondo. Un solo paese può plausibilmente prendere l'iniziativa a favore di una divisione controllata del sistema dell'euro per mezzo di un'uscita comune e concordata dei paesi più competitivi. Questo paese è la Francia.

Ancora una volta, come avremo modo di spiegare nella parte 2, il destino dell'Europa è nelle mani delle élite francesi. In linea con le sue migliori tradizioni politiche della "Fraternité", la Francia dovrebbe promuovere una nuova strategia nel segno non del nazionalismo, ma di una solidarietà europea.

Una divisione del sistema dell'euro sarebbe nel migliore interesse sia della Francia che dell'Europa, perché accelerebbe il ritorno alla crescita economica dell'UE - l'unica sicura garanzia di stabilità e unità europea.

Seconda parte (in arrivo)

 

La violenza islamica dilaga in Europa: la verità dell'ideologia totalitaria e liberticida

di Silvana De Mari
24/05/2013 09:35:40
La violenza islamica dilaga in Europa: la verità dell'ideologia totalitaria e liberticida

Non ce lo fanno vedere, ma le periferie svedesi e quella di Stoccolma in particolare sono di nuovo in fiamme. Prima delle auto e delle centrali di polizia sono state date alle fiamme le scuole. La Svezia sta pagando a un prezzo folle il delirio multiculturalista. La terza città della Svezia, Malmo, è una città dove le auto della polizia entrano solo in coppia e le ambulanze solo se scortate dalla polizia. Gli ebrei sono diventati 500: erano duemila. L’antisemitismo islamico cui fa eco quello svedese li ha messi per sempre in fuga. La Norvegia è ancora peggio. In Norvegia, come in Belgio, gli autoctoni, gli indigeni vivono in punta di piedi, cercando di non disturbare. Statistiche clandestine, ma autentiche, ci informano che l’80% dei delitti contro la persona e in particolare quelli contro le donne sono commessi da immigrati oppure da cittadini norvegesi di origine islamica. La dizione corretta sarebbe: immigrati di origine islamica cui qualche idiota ha regalato uno cittadinanza. La cittadinanza è una cosa enorme, è un’appartenenza. Deve essere data dopo un esame serio e durissimo, un esame dove è tutt’altro che scontato essere promossi, dove si dimostri di conoscere la lingua, la cultura, la storia del paese e soprattutto di amarlo, di rispettarlo, di esserne fieri. Questo ci permetterebbe anche di distinguere, di premiare, di selezionare gli immigratoi che amano la cultura di accoglienza e che, loro per primi, devono essere protetti. Anche in Francia la violenza aumenta, le testimonianze sono raccolte nel libro France, Orange Mécanique, ( Laurent Obertone) non tradotto in Italia benché sia in testa alle vendite in Francia. L’enorme mole di violenze nei confronti dei “ bianchi”, per non parlare degli ebrei che vivono nei quartieri arabi sono spaventosi. Gli stupri sono in numero spaventoso, le donne libere, non velate, non islamiche sono percepite come prede da una fetta di uomini islamici che sono una minoranza certo, ma sono comunque decine di migliaia di uomini e non saltano fuori nelle statistiche perché si tratta non di immigrati ma di “cittadini francesi”. D'altra parte gli intelletuali europei non si sono battuti per le donne islamiche: matrimoni combinati, matrimoni di giovanissime, obbligo a portare il velo non sono stati, incredibilmente, percepiti come violazioni apocalittiche dei diritti umani. Chi non combatte per la libertà degli altri perde la propria. Le donne islamiche sono schiave. Quelle libere è giusto che siano stuprate. Le storie sono terrificanti. Besançon, ottobre 2004: una studentessa è raggiunta a poche spanne prima della sua auto, è scaraventata gli dalle scale, la sua colonna vertebrale si spezza. Il suo stupratore, Zaccaria, la stupra per tutta la notte. Se fosse stato un crimine di un francese cristiano e la vittima un’immigrata i media non avrebbero parlato di altro. Così come stanno le cose non un solo giornale ha accennato alla cosa. La violenza è nella scuole: madri di famiglia massacrano di calci i professori che hanno osato sospendere il loro adorato figlio. Gli arbitri aggrediti sono un centinaio tutti gli anni. Il calcio è diventato uno sport più violento della boxe. La tragedia sono gli ospedali. Medici e infermieri  sono stati massacrati per essersi permessi di toccare e curare donne islamiche, nei pochi casi in cui un medico donna non era presente. In Francia sono pochissimi ormai i maschi che fanno ginecologia: può costare la vita essere l’unico medico di turno. La legge è uguale per tutti? La cosa atroce è il silenzio sistematico dei media. Chi parla è accusato di fare il gioco dell’estrema destra. La verità bisogna raccontare quale essa sia. La cosa atroce sono gli assistenti sociali che sempre si precipitano in difesa delle belve asserendo che “le condizioni sociali difficili” generano la necessità degli stupri e della violenza, gli psicologi che garantiscono che sicuramente la clemenza garantirà la bontà infinita e i giudici danno pene ridicole.

L’assassino di Tolosa, l’immonda belva che ha assassinato dei bambini, la bambina più piccola è stata inseguita, presa per i capelli, sollevata e uccisa facendole esplodere la faccia, aveva una fedina penale apocalittica, una serie infinita di violenza che decine di assistenti sociali hanno giustificato e nessun giudice ha punito. Il sangue delle vittime non era ancora stato sciacquato via che già le litanie imponevano di “non strumentalizzare”.

La statistica è una scienza. L’80 % delle presenze nelle prigioni francesi, belghe e norvegesi sono islamici. Delle altre nazioni non abbiamo le statistiche.

E ora Londra.Il bravo terrorista della porta accanto. Una pentola, dei chiodi, una lama, si trovano ovunque. Pudicamente, perché se no ci viene l’islamofobia, dal video sono state tagliate le frasi del corano che l’attentatore urla.

Tutti noi siamo in pericolo. Chi sarà il prossimo?

Siamo di fronte a una minaccia mortale che si chiama Islam.  L'Islam è un movimento politico-religioso totalitario e liberticida fondato sul Jihad, con molti punti in comune col nazismo (come Churchill scriveva oltre mezzo secolo fa).  Uno dei suoi fondamenti è "territori in cambio di pace": cioè se i non musulmani vogliono vivere in pace devono cedere la sovranità territoriale ai musulmani e in quel caso potranno continuare a sopravvivere come dhimmi, sebbene alla mercé dei musulmani e sottomessi alla Sharia. Lo scopo dell'Islam è sottomettere i non musulmani [Islam in Arabo vuol dire sottomissione, NON VUOL DIRE PACE!], imporre la legge islamica e la dhimmitudine in tutto il mondo, attraverso la conquista degli stati con mezzi nascosti ed elettorali dove possibile, per mezzo del terrorismo dove necessario, e a volte con una combinazione dei due metodi.  Ci sono centinaia di milioni di praticanti e credenti dell'Islam, come c'erano decine di milioni di credenti e praticanti del nazional socialismo. Cercano di tranquillizzarvi dicendovi che l'Islam è solo una religione, intesa in senso occidentale, il che è una menzogna, trattandosi di un sistema totalizzante e totalitario in cui gli elementi giuridico, politico e di culto sono inseparabili. Per abbindolare il pubblico occidentale parlano di un'utopica "età d'oro" andalusa di fioritura e crescita, in cui - sostengono loro - l'Islam avrebbe coabitato pacificamente con Cristianesimo ed Ebraismo: peccato che tale asserzione non abbia una base storica ma solo propagandistica e ideologica [vedi, fra gli altri, il libro: Eurabia, di Bat Yeor, questo è un testo fondamentale].

Il pendolo però sta cominciando a girare.

L’Europa si sta svegliando.

Prende atto del fallimento.

Abbiamo alleati imprevisti. Gli uomini e le donne nati nell'islam che voglio essere liberi.

Alla fine ce la faremo.

Il punto della situazione

di Ida Magli
22/05/2013 20:25:24
Il punto della situazione

(www.italianiliberi.it) - È diventato difficile in Italia, dagli ultimi giorni del 2011 ad oggi, rendersi conto del passare del tempo, cercare di padroneggiarlo rievocando gli avvenimenti e tentare di fare il punto della situazione. In realtà si è trattato di un tempo-non tempo, affondato per i cittadini in una specie di limbo, immobile ed oscuro, di cui non si sa nulla perché non è stato mai sperimentato in precedenza e dal quale quindi si aspetta che siano gli esperti, i politici a traghettarci, nella nostra veste di “ombre”, verso la luce. Ma i politici sanno bene che questa strada non esiste perché l’unica possibile comporterebbe rimettere in questione l’unione europea, cosa che nessuno vuole fare e neanche osa porre di fronte a sé. Ripetono, perciò, che si vede la luce in fondo al tunnel ma è il tunnel che non è per nulla un tunnel, ossia un corridoio da percorrere per raggiungere una meta: è invece la situazione, è la realtà.

  Anche se è vero che la crisi economica è drammatica, lo stato di atonia nel quale si trovano i popoli non nasce dai debiti che è impossibile ripianare, così come non ne nascono gli atti estremi di chi uccide i propri figli prima di suicidarsi, o si getta da un ponte perché senza speranza di trovare lavoro: questi sono atti che ne rappresentano semmai un’assoluta, finale negazione. Ci si uccide perché appunto il tunnel non è un tunnel; perché la situazione è immobile e senza senso. La crisi è veramente crisi della politica, ossia dell’unico sistema abilitato ad agire nelle democrazie. Le rovine che hanno travolto nel crollo i popoli d’Europa, sono le rovine delle imprese condotte dai politici, delle loro idee prima ancora che della loro realizzazione. Non è possibile neanche rendersi conto di che cosa significhi affermare, come tutti affermano, che c’è la crisi della politica, la sfiducia nella politica, in un’Europa che aveva affidato tutto alla politica. Tutto, ossia “troppo”. Infatti i politici hanno costruito l’unificazione europea, e in prospettiva l’unificazione del mondo, più come sogno, come immagine ideale, che come realtà, tanto da non averne chiamato quasi per nulla i popoli a prenderne atto e a ratificarla. Tutto è stato fatto senza i popoli, con l’inganno, la finzione, la menzogna, ed è soprattutto per questo che adesso, come si vede chiaramente in Grecia, in Spagna, in Italia, i politici si ritrovano soli davanti alle rovine, così come si ritrovano soli i popoli. Una solitudine tanto più spaventosa perché si tratta di riempire con una fiducia che non c’è, l’inganno dei tanti inni cantati nell’esaltazione della democrazia. Due solitudini, quindi, che se ne stanno una di fronte all’altra, che non possono unirsi, sommarsi, confortarsi, affrontare insieme la realtà.

  La disperazione nasce dal non-senso. È il non-senso, la mancanza di logica in ciò che viene prospettato come via d’uscita dai governanti, dai politici, dai sindacalisti che induce alla morte. Di fronte ad una situazione come quella odierna in cui i popoli sono spinti dai loro leader ad agire contro se stessi, contro la logica cui è stata affidata fino ad oggi la sopravvivenza della specie, quella che provvede sempre prima al domani che all’oggi, le reazioni possibili sono quelle cui assistiamo: aderire passivamente, lasciandosi condurre come ciechi verso la catastrofe, oppure darsi la morte, dandola prima ai propri figli perché laddove non c’è futuro non ci sono neanche figli.

  Nelle manifestazioni che si sono svolte ieri, in apparenza contro il governo, nessuno ha pronunciato la parola “Europa”, nessuno ha indicato nell’Euro, in una moneta artificiale che appartiene, arricchendoli ogni giorno con i nostri debiti, a ricchi banchieri e a ricchissimi monarchi, la causa principale della crisi. Dov’era Rodotà, dov’era Cofferati, dov’era Landini quando è stato firmato il trattato di Maastricht? E dov’erano Napolitano, Berlusconi, Enrico Letta, quando è stato tolto agli italiani il proprio Stato, togliendogli l’indipendenza, la libertà, la sovranità? Mentono tutti, dunque, volutamente e consapevolmente, quando si rallegrano del rinvio del pagamento di una tassa o prospettano la possibilità di una ripresa del mercato, così come mentono coloro che in piazza promettono ai disoccupati chissà quale rivoluzione, sapendo che stiamo ormai consumando noi stessi, simili a quegli animali che, chiusi in una gabbia troppo stretta, finiscono col divorare i propri arti. Il silenzio sulle catene dell’unione europea, che hanno soffocato l’Italia fino a stritolarla, parla di ciò che appare ancora incredibile alla maggior parte degli italiani: dell’immensa capacità di menzogna e di tradimento di coloro che stanno al governo  tanto quanto dell’immensa capacità di menzogna e di tradimento di coloro che arringano in piazza i disoccupati. Non possiamo fidarci di nessuno di quelli che possiedono anche una minima briciola di potere. Questa è l’unica sicurezza che abbiamo e dalla quale dobbiamo partire se vogliamo, come vogliamo e dobbiamo, ancora tentare di salvare l’Italia e di recuperare la libertà.

Al pari della sinistra radicale, l'afro-americano Obama condanna il colonialismo dei bianchi e abbraccia l'islam schiavista

di Andrea Tedesco
22/05/2013 20:19:15
Al pari della sinistra radicale, l'afro-americano Obama condanna il colonialismo dei bianchi e abbraccia l'islam schiavista

Il risentimento della comunità afro-americana per gli abusi subiti e la rivendicazione dei diritti negati persistono da così tanto tempo da dare l'impressione che i bianchi americani siano stati i peggiori schiavisti mai esistiti e ancora discriminino i neri negli Usa.

Come si spiega la persistenza di questi sentimenti?

Forse è giunta l'ora di "mettere nero su bianco", soddisfacendo, almeno con un gioco di parole, il desiderio di rivalsa dei neri d'America...

Come confermato dalla rielezione del presidente Obama, e dalla nomina ai vertici del potere esecutivo di altri afro-americani prima di lui, quali Colin Powell e Condoleezza Rice, gli afro-americani non soffrono più, e da molto tempo ormai, di discriminazioni significative.

Forse, allora, con le debite eccezioni, più probabili tra i militari, che nell'adempimento del proprio dovere finiscono spesso per essere vittime reali, gli afro-americani amano "giocare a fare le vittime" quando lamentano l'esistenza di una presunta discriminazione dei bianchi nei loro confronti.

Semmai, essi potrebbero forse rivelarsi vittime inconsapevoli della deformazione della realtà operata dai colossi dell'informazione, impegnati a trasformare gli errori del presidente Obama in successi strepitosi, la sua miopia politica in lungimiranza. Analogamente, la loro percezione della realtà potrebbe essere stata alterata dalla propaganda ideologica ed esplicita demonizzazione del proprio paese attuata nelle scuole e nelle università dai numerosi docenti appartenenti alla sinistra progressista e terzomondista.

Un ulteriore ostacolo a una visione a 360 gradi delle vicende umane potrebbe essere l'enfasi dei programmi scolastici sulla storia dell'Occidente e le vicissitudini che l’hanno visto protagonista di conquiste e occupazioni, con una scarsa attenzione dedicata invece all'Oriente e alla civiltà islamica. Infine, non si può trascurare la possibilità di un impatto sull'opinione pubblica delle politiche sociali di Obama, per esempio in materia di assistenza medica. 

Anticipate e tenute in debita considerazione tutte queste possibili e potenziali ragioni "attenuanti", sul cui ruolo ritorneremo al momento di tirare le conclusioni, la rielezione di Obama è di particolare interesse perché sembra smascherare il "bluff" della minoranza afro-americana in modo più esplicito. La rinnovata fiducia concessa dai cittadini americani a Obama, infatti, anzitutto smentisce i detrattori afro-americani degli USA riconfermando la verità che chiunque in America, indipendentemente dal colore della pelle, possa raggiungere qualunque posizione nella società, anche le più ambite.

L'aspetto più interessante della riconferma di Obama alla guida del paese è però l'apparente mancanza non solo di una ricaduta negativa sul sostegno elettorale causata dai gravi errori commessi da Obama in politica estera e in particolare dalle sue politiche filo-islamiche, ma anche di un minimo di critica nei suoi confronti.

L'operato del presidente Obama, sebbene disastroso, sembra restare irreprensibile agli occhi degli afro-americani.

Nonostante i principali mass media americani sembrino fare a gara per difendere le politiche della Casa Bianca, il paradosso dell'esplicito risentimento verso i bianchi e aperta simpatia verso gli islamici è sotto il naso di tutti e puzza di vittimismo e ipocrisia.

Per "mettere nero su bianco", diamo allora la precedenza ai neri e al loro risentimento verso i bianchi espresso dal viso imbronciato di Obama.

Il campione indiscusso dei neri americani, che si è identificato con il popolo nero ancora in lotta per uguali diritti fino al punto di paragonarsi a Martin Luther King Jr (http://www.thegatewaypundit.com/2011/08/good-grief-obama-plays-victim-compares-himself-to-dr-martin-luther-king-jr/), in questa veste non ha perso occasione per rievocare le sofferenze degli schiavi nelle piantagioni di cotone, le discriminazioni e le battaglie per i diritti dei neri, alludendo al fatto che molto resta da fare per la giustizia e l'eguaglianza sociale.

Inoltre, egli si è distinto per la sua propensione a screditare l'America dei bianchi inventandosi un inesistente passato coloniale, di cui si scusa con il Terzo Mondo e con l'islam in ogni occasione. Obama non ha esitato a umiliare il tradizionale alleato degli Usa, restituendo il busto di Winston Churchill al governo inglese per esprimere il disprezzo verso la Gran Bretagna, rea di aver colonizzato in passato il Kenya, paese natio di suo padre.

E ora contempliamo l'altra faccia di Obama, quella che sprizza ammirazione e simpatia per l'islam da tutti i pori.

Obama, afro-americano, eletto per ben due volte alla presidenza degli Usa con il sostegno elettorale quasi unanime dei neri d'America, sedicente "erede di Martin Luther King", nel 2009 s’inchina al cospetto e bacia la mano del re saudita, un esponente di spicco dei principali schiavisti e carnefici, passati e presenti, del popolo africano.

L'islam, infatti, oltre ad aver esercitato un ruolo decisivo nella tratta degli schiavi in passato, razziando i villaggi dell'Africa Sub-Sahariana a caccia di "merce umana" e causando la morte di milioni di persone, continua a praticare la schiavitù anche ai nostri giorni, ed è responsabile del genocidio tuttora in corso in Sudan ai danni di africani cristiani, animisti e musulmani non ortodossi, tutti indigeni e con la pelle nera.

Obama e i suoi elettori sembrano però sensibili solo alle passate e, a loro dire, anche presenti discriminazioni e persecuzioni dei bianchi ai danni dei neri.

Così, mentre in Sudan e in Nigeria proseguono senza sosta i massacri indiscriminati dei suoi fratelli neri, Obama non alza un dito, né spende una parola in loro difesa per non turbare il suo idilliaco rapporto con altri fratelli: i Fratelli Musulmani.

Nel suo storico discorso al Cairo nel 2009 Obama, proprio al cospetto di questi islamisti, inaugura la sua politica di promozione e diffusione dell'islam, che, a suo dire, avrebbe offerto un contribuito straordinario non solo alla creazione degli USA, ma anche al progresso dell'umanità.

Obama definisce l'islam "religione di pace", e mentre in Africa risuonano le urla strazianti delle donne stuprate, degli uomini bruciati, dei bambini sgozzati dai credenti più ortodossi della "religione di pace", l'illustre discendente del popolo africano, sordo alle loro disperate grida d'aiuto, si commuove descrivendo il richiamo alla preghiera del muezzin come: "One of the prettiest sounds on Earth at sunset" (uno dei suoni più dolci sulla Terra al tramonto).

In seguito, bisogna ammettere, egli interverrà a spodestare alcuni dittatori dell’Africa settentrionale, presumibilmente per liberare i popoli soggiogati, ma in realtà consegnandoli nelle mani di islamisti non dissimili dai carnefici del Sudan e molto peggiori dei tiranni precedenti. 

Il presidente Obama e i suoi elettori sembrano aver dimenticato che mentre gli Usa, del cui passato il capo della Casa Bianca non ha esitato a vergognarsi pubblicamente, crearono in Africa uno stato per gli ex-schiavi, la Liberia, dopo aver combattuto una guerra civile per la loro liberazione, gli arabi musulmani invece ridussero in schiavitù buona parte del continente africano, castrarono milioni di bambini maschi in età prepuberale da destinare agli harem, attuando un vero e proprio genocidio, a cui non hanno mai neppure tentato di porre rimedio, né fine.

Il presidente americano, in qualità di "erede di Martin Luther King", e paladino indiscusso dei diritti dei neri, invece di vergognarsi e scusarsi del passato del suo paese, avrebbe forse dovuto vergognarsi di baciare la mano del re saudita, e... il "culo" dei Fratelli Musulmani.

E altrettanto avrebbero dovuto fare anzitutto i suoi elettori afro-americani impegnati a lamentarsi delle presunte discriminazioni dei bianchi.

Invece, sorprendentemente, il sostegno incondizionato al presidente non si è neppure incrinato.

Che conclusioni possiamo trarre da questa paradossale indifferenza dei neri d’America verso le sofferenze inaudite inflitte all'Africa dall'islam?

Se escludiamo l’ipotesi che Obama sia il degno rappresentante della maggioranza degli afro-americani, dovremmo ammettere che la propaganda ideologica “islamicamente corretta” spacciata per informazione e cultura dai mass media e dal corpo docente delle scuole e delle università eserciti un potere di mistificazione della realtà ben oltre la nostra immaginazione e timori.

In realtà, è più probabile che le ragioni di questi sentimenti contraddittori includano entrambe le ipotesi esplicative suddette.

La sinistra progressista, terzomondista filo-islamica si sarebbe cioè spinta oltre il "semplice" occultamento delle persecuzioni islamiche ai danni degli africani.

Essa avrebbe anche "vittimizzato" la comunità afro-americana contagiandola con il disprezzo per la civiltà occidentale, e alimentandone così il risentimento, invece di aiutarla a lasciarsi alle spalle il passato attraverso la consapevolezza e la sottolineatura dei progressi e del prevalere delle luci sulle ombre nella storia degli Usa.

L'erede del comunismo, infatti, soffrendo di perfezionismo, non applica alla realtà il criterio di giudizio relativo del "male minore" o del "bene maggiore", ma quello assoluto della perfezione.

Essa, quindi, non si accontenta mai del cambiamento graduale in meglio delle cose, tende a enfatizzare i difetti e gli errori, piuttosto che i pregi e i successi, applicando così all'analisi della realtà e della storia un criterio di "memoria selettiva".

Questa ideologia odia la propria civiltà perché imperfetta e finisce per amare quella islamica, che ritiene una vittima innocente delle ingiustizie perpetrate dalla propria.

I suoi seguaci non riescono ad apprezzare neppure le abissali differenze tra l'America dei “posti a sedere separati” e quella di Colin Powell, Condoleezza Rice e Obama assurti alle più alte cariche dello stato: ai loro occhi l'America di oggi, poiché lontana dalla perfezione, fa schifo come quella di ieri.

Non c'è da meravigliarsi, dunque, se la sinistra dimentica il conflitto per l'abolizione della schiavitù, la fondazione della Liberia e tutti gli altri passi importanti intrapresi dai bianchi nella giusta direzione.

Il presidente Obama, ideologo di estrema sinistra, all'epoca delle lotte per i diritti dei neri americani avrebbe forse potuto indossare sul serio i panni di Martin Luther King, oggi, invece, così come buona parte dei suoi elettori, non è altro che uno "schiavo", non di bianchi razzisti, bensì di un passato che non esiste più da molto tempo ormai.

Critica al Manifesto di Paolo Savona: il problema è il debito e l'interesse creato dalle banche

di Stefano Di Francesco
22/05/2013 12:40:24
Critica al Manifesto di Paolo Savona: il problema è il debito e l'interesse creato dalle banche

E’ di questi giorni la pubblicazione di un manifesto redatto dal prof. Savona inerente l’auspicata realizzazione di un Nuovo Trattato europeo basato sulla espressa convinzione che “l’Europa ha bisogno di restare unita per contare nel mondo e fornire pace e prosperità ai suoi cittadini, ma non può farlo mantenendo l’attuale imperfetta architettura, perché entrerebbe in contraddizione con le sue stesse finalità, divenendo politicamente ingovernabile.”

Il manifesto è specificamente rivolto alle forze politiche perché lo facciano proprio e lo eleggano a base programmatica delle loro azioni legislative,discutendolo, integrandolo, modificandolo laddove necessario, ma sempre nel rispetto dell’impostazione di fondo sostanzialmente europeista tracciata dal professore.

Il prof. Savona registra correttamente come “L’unificazione europea è giunta a uno stallo e ha bisogno di riprendere la strada dalla quale va deviando; ma ha altrettanto bisogno di riformare l’architettura istituzionale che è andata affastellando sotto la spinta di circostanze interne e internazionali.”

In altri termini si può affermare che le rosee prospettive di benessere, crescita e sviluppo che avevano permeato l’avvio della stesura dei Trattati sono state clamorosamente tradite dalla realtà dei fatti, traducendosi in un complessivo peggioramento della qualità della vita dei cittadini europei.

Nel Nuovo Trattato viene esplicitamente richiesta una completa revisione dei poteri e dei compiti della BCE, rendendola quanto più simile alla Federal Reserve americana.

Si auspica una sempre maggiore integrazione delle politiche fiscali a livello europeo, la creazione di una struttura scolastica universitaria europea,lo sviluppo di normative sul lavoro omogenee, devolvendo quote di sovranità nazionale (fiscale e legislativa) alla Commissione europea ed al Parlamento europeo.

Per quanto concerne l’euro, il professore intravede la necessità di riorganizzare a livello generale il mercato globale affermando alcuni criteri essenziali quali “a) lo stesso regime di cambio per chi vuole partecipare al libero scambio secondo le regole del WTO; b) una gestione delle riserve ufficiali esistenti (e quelle che si formerebbero nel caso in cui continuasse un regime diversificato di cambi “dirty”, ossia con interventi della autorità nazionali) che passi fuori mercato, al fine di impedire le influenze negative sull’euro delle conversioni di dollari in mano pubblica; c) il passaggio a una moneta di riferimento globale degli scambi, del tipo SDR del FMI, indipendente dalle vicissitudini di una moneta nazionale, come accaduto un tempo con la sterlina inglese e, oggi, con il dollaro statunitense.”

Inoltre, anche in tema di Fiscal Compact, è considerata indispensabile una nuova interpretazione delle norme restrittive in senso non deflazionistico ( come avviene oggi), ma “facendo confluire su un fondo comune europeo gli indebitamenti nazionali in eccesso al 60%, negoziando con i rispettivi paesi le condizioni del loro rimborso nel più lungo andare a tassi accettabili, ma offrendo la garanzia necessaria per la scomparsa degli “spread” sui titoli sovrani. Le spese di investimento pubblico nelle reti di infrastrutture e nel triangolo della conoscenza (istruzione, ricerca e innovazione) cofinanziate da istituzioni europee e da privati dovrebbero essere sottratte dal vincolo del pareggio, seppure con precisi limiti quantitativi rispetto al PIL.

Insomma anche il buon professore alla fin fine è schiavo dei numeretti, delle percentuali ,di tutte quelle castronerie su cui ancora oggi si basano le politiche dei Governi europei.

Complessivamente dunque l’ipotesi di un Nuovo Trattato su cui si lavora è una nuova Europa, più forte, più unita, con maggiori limitazioni alla sovranità nazionale, dipendente sempre più da fantomatiche autority indipendenti poste al di sopra di tutto e tutti.

Niente da fare; questa voglia di “unione” va contro la storia, contro l’economia, contro la genetica.

Eppure vogliono convincerci sempre più che senza questa  unione saremmo destinati alla scomparsa, all’annientamento, politico, militare, industriale e demografico.

Si continua a non comprendere il succo della questione: il problema non è  l’UE, l’euro, l’evasione fiscale, la corruzione,l’economia sommersa,il barbiere che non fa le ricevute, il dentista che ci propone lo sconto senza fattura.

Il problema è il DEBITO e l’INTERESSE ad esso collegato. Non si vuol capire che il problema non è rappresentato in sé dall'Europa, dall'euro, dalle politiche fiscali e del lavoro differenti: il nocciolo della  questione è che dal 15 agosto del 1971 siamo entrati di fatto un una nuova era,
 quella della moneta fiat, creata a costo zero dal sistema bancario, addebitata
 alla collettività, responsabile della crescita fuori controllo del debito  ( a livello globale ogni anno si pagano interessi complessivi sul  debito totale di 100.000 miliardi di dollari contro un PIL mondiale di circa  74.000 miliardi di dollari!!!) 

 

 E' il debito che deve essere eliminato .E con esso gli interessi passivi  contratti.
 Oggi tutto il mondo, tutta la finanza e l'economia sono strutturate come uno  schema piramidale,  la cui  sopravvivenza è legata all'indebitamento del  prossimo.
 
 L'euro, il WTO, il divorzio tra Banca d'Italia e Governo, la bolla immobiliare  in USA e la crisi dei mutui sub prime, sono semplicemente una serie scellerata  ed ininterrotta di "decisioni errate" che non ha eguali nella storia; sul fatto che poi queste decisioni sbagliate siano frutto di incompetenza o malafede.... io propenderei decisamente per la seconda ipotesi. 

 Il sistema bancario va completamente ripensato e la moneta deve poter essere  spesa in ragione delle necessità degli stati nazionali, senza indebitarsi con alcuno; la  politica fiscale dovrebbe svolgere un ruolo di drenaggio per quanto concerne  l'eccesso di moneta in circolazione rispetto alla produzione.

Ma temo che non potranno essere certi “economisti” al soldo del sistema del debito a realizzare questa rivoluzione.

Come scriveva Maurice Allais (unico Premio Nobel francese per l’Economia,che essendo critico verso la globalizzazione, fu intervistato solo due volte in cinquanta anni dalla TF francese):

" perchè le cause della crisi attuale che sono presentate al pubblico francese dagli esperti denotano una loro profonda incomprensione della realtà economica ? Si tratta solo di ignoranza ? E' possibile per un certo numero di esperti, ma non per tutti. Coloro che detengono il potere di

decisione vogliono lasciare al pubblico la scelta solo tra ascoltare degli ignoranti o dei propagandisti"

Facciamo un esempio tra tanti.

Alla Columbia a NY, una delle cinque top università per l'economia, uno dei top economisti è Fred Mishkin che è stato anche assieme a Greesnpan e Bernanke alla FED, quindi uno che conta. Mishkin è stato intervistato nel documentario "INSIDE JOB" sulla Crisi Finanziaria da Charles Ferguson, che lo ha imbarazzato chiedendogli perchè aveva ricevuto 200.000 dollari dalle banche dell'Islanda per scrivere un report in cui diceva che non c'erano rischi appena prima che tutto collassasse. Dopo questo documentario la facoltà di economia della Columbia ha deciso di far pubblicare le consulenze pagate esterne dei suoi professori.

 

Questa è una lista parziale degli incarichi esterni di Mishkin:

Federal Reserve Bank of New York, Lexington Partners; Tudor Investment, Brevan

Howard, Goldman Sachs, UBS, Bank of Korea; BNP Paribas, Fidelity Investments,

Deutsche Bank,, Freeman and Co., Bank America, National Bureau of Economic

Research, FDIC, Interamerican Development Bank; 4 hedge funds, BTG Pactual,

Gavea Investimentos; Reserve Bank of Australia, Federal Reserve Bank of San

Francisco, Einaudi Institute, Bank of Italy; Swiss National Bank; Pension Real Estate

Association; Goodwin Proctor, Penn State University, Villanova University,

Shroeder’s Investment Management, Premiere, Inc, Muira Global, Bidvest, NRUCF,

BTG Asset Management, Futures Industry Association, ACLI, Handelsbanken,

National Business Travel Association, Urban Land Institute, Deloitte, CME Group;

Barclays Capiital, Treasury Mangement Association, International Monetary Fund;

Kairos Investments, Deloitte and Touche, Instituto para el Desarrollo Empreserial de

lat Argentina, Handelsbanken, Danske Capital, WIPRO, University of Calgary, Pictet

& Cie, Zurich Insurance Company, Central Bank of Chile ecc...

 

Se non si capisce questo, l’ABC del  mondo in cui si vive, non c’è trattato che valga la pena firmare, non c’è Europa per cui valga la pena lottare.

Farage vuole l'allontanamento di Borghezio dall'Eld: lui per ora si auto-sospende

di Magdi Cristiano Allam
21/05/2013 20:41:15
Farage vuole l'allontanamento di Borghezio dall'Eld: lui per ora si auto-sospende

Nigel Farage, leader dell'Ukip (United Kingdom Independence Party), che ha recentemente ottenuto il 25% dei consensi alle elezioni amministrative in Gran Bretagna, e presidente in seno al Parlamento Europeo del Gruppo dell'Eld (Europa della Libertà e della Democrazia), ha deciso l'allontanamento dall'Eld di Mario Borghezio, eurodeputato della Lega Nord.

La drastica decisione di Farage è maturata dopo gli attacchi del quotidiano britannico The Guardian che ha evidenziato la natura razzistica dei commenti di Borghezio alla nomina di Cécile Kyenge a ministro dell'Integrazione (“Questo è un governo del bonga bonga”, “ci vuole imporre le sue tradizioni tribali”, “gli africani appartengono a un'etnia molto diversa dalla nostra, non hanno prodotto geni, basta consultare l'enciclopedia di Topolino”). Borghezio era già stato sospeso per i suoi commenti alla strage di Oslo e Utoya in Norvegia da parte di Anders Breivik.

In una tesissima riunione dell'Eld svoltasi questa sera nella sede del Parlamento Europeo a Strasburgo, Farage ha evidenziato il danno che la presenza di Borghezio arreca alla credibilità e alla possibilità di crescita dell'Eld: “Siamo il terzo gruppo del Parlamento europeo e abbiamo sensibilità diverse. Ma si è verificato un disastro, una catastrofe. I commenti di Borghezio sull'eccidio in Norvegia ci avevano lasciati sconvolti ed era stato sospeso. Ora c'è un razzismo esplicito nelle dichiarazioni di Borghezio quando dice che la nuova ministro dell'Integrazione porterà le tradizioni tribali in Italia, che è il governo bonga bonga”. Da subito Farage ha dato un ultimatum a Borghezio, o lui se ne va o il suo partito abbandonerà il Gruppo dell'Eld:

“L'Ukip non è disponibile a restare in un gruppo in cui c'è Borghezio, la pensano così anche i danesi, i belgi ed altri”.

Borghezio imposta la sua replica contestando l'aspetto procedurale, rifiutandosi di entrare nel merito della richiesta di Farage, probabilmente per guadagnare tempo: “Sulla base di tutti i regolamenti giuridici, compresi quelli della civilissima Congo, chiedo tempo per preparare la difesa. Non succedeva neppure nei regimi comunisti che si condannasse senza dare all'imputato la possibilità di preparare la difesa”.

Farage si mostra irritato e indisponibile a rinviare la decisione: “Ho inviato una lettera al capo-gruppo della Lega Nord Lorenzo Fontana chiarendo l'impossibilità di convivere con Borghezio. Se non si vota subito, l'Eld cesserà di esistere”.

Il deputato leghista Francesco Speroni, che è co-presidente dell'Eld interviene: “La lettera era inviata a Fontana e non c'era scritto di informare Borghezio. Se si deve togliere l'immunità a un collega gli si deve dare del tempo per difendersi. Se si votasse oggi, Borghezio potrebbe far ricorso al presidente del Parlamento”.

L'eurodeputato danese Morten Messerschmidt interviene in sostegno di Farage: “Se non c'è informazione interna alla delegazione italiana, ciò non può essere imputato al gruppo dell'Eld. Noi sosteniamo la richiesta di Farage”

Interviene ancora Farage con tono perentorio: “Passiamo alla votazione perché se no io e tutti i membri dell'Ukip lasceremo la sala e con noi usciranno anche altri”.

Qui succede il colpo di scena con l'intervento di Matteo Salvini che, da un lato, contesta Farage, dall'altro sostiene Borghezio minacciando l'uscita di tutto il gruppo della Lega Nord dall'Eld: “Se Farage ha già deciso, buon per lui. In politica la riconoscenza non esiste. Nella scorsa legislatura la Lega Nord fu buttata fuori. Poi abbiamo riformato il gruppo. Farage deve la sua notorietà anche grazie ai nostri voti.

Questa volta non sarà come 5 anni fa. C'è un limite alla pazienza. Mario quante volte abbiamo litigato? Quante volte hai ecceduto? La radio della Confindustria evidenzia le due parole di troppo. Diciamocelo: se c'è bisogno di far fuori Borghezio per la campagna elettorale dell'Ukip vogliamo sapere. Se dovete portare lo scalpo di Borghezio alla stampa britannica fatecelo sapere. Diteci cosa volete fare e saremo noi a decidere ma non come 5 anni fa e non a voto segreto”.

Il presidente supplente dell'Eld, l'olandese Bastian Belder, lancia un monito: “Per l'ultima volta Borghezio, vuole dirci la sua posizione?”

Borghezio imperturbabile: “Non ho ricevuto nessuna comunicazione, diversamente avrei preparato una adeguata difesa come persona prima che come deputato. Chiedo di rinviare alla prossima sessione plenaria l'audiozione della mia difesa secondo le norme del parlamento europeo e del diritto internazionale. Le norme del gruppo non possono trascendere quelle del diritto internazionale. L'hanno concesso a Milosevic e grazie a Dio io non sono Milosevic!”.

A questo punto Farage, intuendo che si andava dritti non solo all'allontamento di Borghezio ma di tutto il gruppo della Lega Nord, offre una soluzione di compromesso seppur transitoria: “L'unica soluzione accettabile è la sospensione di Borghezio fino alla prossima riunione”

Borghezio accetta: “Sono disponibile all'auto-sospensione se fondata sul diritto. Chiedo la mia sospensione per aver il tempo per preparare la mia difesa”.

Il braccio di ferro si conclude con il sospiro di sollievo di Belder: “Grazie per la maturità con cui è stata affrontata la questione”.

Speroni conferma: “Borghezio è sospeso fino alla prossima riunione del gruppo a Strasburgo”.

Lo scontro tra Farage e Borghezio è rinviato al mese prossimo!

In Spagna appello intellettuali di sinistra propone di uscire dall'Euro

di www.controlacrisi.org /
21/05/2013 19:42:22
In Spagna appello intellettuali di sinistra propone di uscire dall'Euro

Dalla Spagna un manifesto sottoscritto da dirigenti politici, intellettuali e personalità della sinistra dichiara la necessità della rottura con la gabbia della moneta unica europea. Queste  personalità politiche della sinistra come Julio Anguita e Manuele Monereo, intellettuali marxisti come Miguel Riera, Joan Tafalla, Joaquim Miras  hanno sottoscritto un manifesto politico che chiede esplicitamente l'uscita della Spagna dall'euro.

Manifesto per il recupero della sovranità economica, monetaria e cittadina

USCIRE DALL’EURO

La drammatica situazione sociale ed economica in cui è sprofondata la nostra società esige una politica capace di creare le condizioni per uscire dalla crisi. È una necessità urgente. Il tempo è un dato primario per i rischi di aggravamento e degradazione che esistono, per l’enorme sofferenza sociale provocata dal persistere delle politiche di tagli, austerità e privatizzazione del pubblico.

La rete in cui siamo presi è fatta da un livello di disoccupazione catastrofico, da un indebitamento del paese con l’estero impossibile da affrontare e da un’evoluzione dei conti pubblici che porta al fallimento economico dello Stato. Oltre 6 milioni di disoccupati, oltre 2,3 miliardi di euro di passivo lordi con l’estero, e un debito pubblico di quasi un miliardo di euro, crescente e che si avvicina al 100% del PIL, sono dati che definiscono un disastro inimmaginabile, mettono in pericolo la convivenza e distruggono diritti sociali fondamentali.

Una crisi di questa portata ha cause complesse e multiple, dalla crisi generale del capitalismo finanziario agli sprechi e alla corruzione, passando per un sistema fiscale tanto regressivo quanto ingiustamente applicato, ma, anche a rischio di semplificare l’analisi per scoprire le soluzioni, bisogna attribuire all’entrata del nostro paese nella moneta unica la principale ragione di questa desolante situazione.

Come ora si riconosce, non c’erano le condizioni per stabilire una moneta unica tra paesi tanto disuguali economicamente senza accompagnarle con una fiscalità comune. La sua creazione implicava, d’altra parte, un quadro propizio all’instaurazione di politiche regressive e antisociali di tutti i tipi secondo i dettami della dottrina neoliberista, che ha avuto nella costruzione dell’Europa di Maastricht la sua massima espressione. Come si è valutato a suo tempo, lo Stato del welfare non è compatibile con l’Europa di Maastricht.

Con l’entrata nell’euro, il nostro paese ha perso uno strumento essenziale per competere e mantenere un ragionevole equilibrio negli scambi economici con l’estero, quale era il controllo e la gestione del tipo di cambio rispetto al resto delle monete. D’altra parte, c’è stata una cessione di sovranità a favore della BCE in quanto a liquidità e applicazione della politica monetaria, un’istituzione dominata fin dalle origini dagli interessi del capitalismo tedesco.

Come non poteva essere diversamente, l’arretratezza e la debolezza dell’economia spagnola rispetto ad altri paesi e la rigidità assoluta imposta dall’euro hanno condotto durante gli anni 2000 a un deficit della bilancia dei pagamenti a causa di una spesa corrente opprimente. Si sono registrati squilibri insostenibili, come pure è accaduto ad altri paesi come la Grecia e il Portogallo, catturati nella stessa trappola. Nei 14 anni trascorsi dalla creazione dell’euro nel 1999 fino alla fine del 2012, il deficit estero accumulato è stato di quasi 700 mila milioni di euro, che si è dovuto finanziare indebitandosi con l’estero. Gli enti creditizi e le imprese spagnole hanno chiesto più di un altro miliardo di euro di risorse per i propri piani d’investimento all’estero, specie in America Latina.

Fino all’anno 2008, in cui si è manifestata la crisi finanziaria internazionale, a causa delle agevolazioni straordinarie dei finanziamenti, il paese ha vissuto un sogno, come drogato, alimentando la bolla immobiliare e estraneo ai problemi che si erano generati. In quell’anno, tutto è cambiato radicalmente, i mercati finanziari di sono chiusi, dai canali non fluiva liquidità e la situazione di ciascun debitore è stata esaminata con rigore. Con il brusco cambiamento nella posizione debitoria della nostra economia nei confronti dell’estero, i passivi lordi sono passati da 540 mila milioni a fine del 1998 a 2,2 miliardi nel 2008, il paese è entrato in fallimento ed è sopravvenuta una profonda recessione che a tutti gli effetti è ancora vigente.

Il settore pubblico ne ha risentito profondamente da allora, incorrendo in un deficit esorbitante a causa della drastica caduta delle entrate, rafforzata dall’esplosione della bolla immobiliare. Lo Stato, sul quale finiscono per scaricarsi tutte le tensioni delle amministrazioni pubbliche, ha avuto necessità di centinaia di milioni di euro, ottenuti con l’emissione di debito pubblico nei mercati interni ed esterni, di fronte all’impossibilità di finanziare direttamente per mezzo delle propria autorità monetaria. Alla fine del 2007, il debito circolante dello Stato era di 307.000 milioni di euro, il 37% del PIL. Alla fine del 2012 era salito a 688,000 milioni, il 65% del PIL, e continua ad aumentare in corrispondenza dell’evoluzione deficitaria dei conti pubblici.

Da quando è stata ammessa la crisi, la politica economica ha mantenuto alcuni tratti di base inamovibili. La perdita di competitività dell’economia spagnola è servita come scusa per applicare rigorosamente le ricette neoliberiste e si è cercato di compensare con il cosiddetto “aggiustamento interno”, un processo diretto a diminuire i salari e favorire i licenziamenti per diminuire il prezzo delle merci e dei servizi spagnoli, dal momento che la via naturale e storica della svalutazione della moneta è impedita dall’euro. Restrizioni, controriforme del lavoro e tagli continui marcano la politica degli ultimi anni. D’altro canto, la cosiddetta austerità si è imposta brutalmente nella politica fiscale, come esigenza dei poteri economici, facendo della lotta contro il deficit pubblico il talismano ingannevole della soluzione alla crisi.

Questa politica ha prodotto una retrocessione sociale molto dolorosa, ha dato un impulso incontenibile alla crescita della disoccupazione e, cosa fondamentale, è inutile. Il paese scivola senza freni e precipita in un baratro profondo. Gli agenti determinanti della crisi continuano intatti, quando non peggiorano. I passivi esteri non possono diminuire senza che si registri un eccedente nella bilancia di pagamento, cosa praticamente irraggiungibile per un’economia abbastanza demolita e scarsamente competitiva, e il pesante carico di debito pubblico non smetterà di crescere fino a quando non si diluisca il deficit pubblico, cosa che lo stesso governo non riesce a scorgere. La sfiducia è generale.

La società è ad un crocevia.

Come superare il disastro? L’alternativa alla crisi difesa dalla Troika e apertamente dal PP passa per l’inasprimento dei tagli, per l’austerità e la distruzione del pubblico. L’economia spagnola, come è già successo in Grecia e Portogallo, cade nel precipizio e sprofonderà nell’abisso, con conseguenze sociali drammatiche e rischi politici di ogni segno.

Il PSOE, compartecipe attivo nell’attuale disegno economico e sociale, finge ora un disaccordo con il PP e critica la sua politica suicida, ma continua ad essere legato al criterio che l’euro è irreversibile.

Le direttive dei sindacati maggioritari, una volta appurato l’errore di calcolo commesso con il consenso critico a Maastricht, denunciano ora l’attuale stato di cose, ma non sono in condizione di proporre misure anticrisi realmente efficaci dal momento che non mettono in discussione con coerenza l’Europa costruita.

Altre forze, organizzazioni e autori di sinistra criticano l’Europa attuale e propongono cambiamenti abbastanza utopistici e progetti senza fondamento, dato il carattere non riformabile dell’Europa sorta, soprattutto dopo l’ampliamento della zona euro all’Est. Alle carenze originali della moneta unica si aggiunge il peso che esige la Germania come paese egemone e la realtà di una scomposizione dell’Europa, imprigionando alcuni paesi con debiti impagabili. L’imprescindibile e urgente necessità di rompere i vincoli dei Trattati europei non può paralizzarsi né nascondersi dietro progetti di altra natura. Per desiderabile che sia un’altra Europa, per ora non è percorribile, richiede basi molto diverse su cui fondarsi e la sovranità perduta di ciascuno Stato.

Il fallimento del progetto di costruzione dell’Europa è inoccultabile, e non è possibile determinare quando e come rovinerà l’insostenibile situazione esistente.

A noi firmatari di questo manifesto sembra chiaro che l’Europa di Maastricht non potrà sopravvivere con la sua attuale configurazione, dopo i disastri e le sofferenze che ha causato, oltre ad aver svuotato di contenuto la democrazia ed aver sottratto la sovranità popolare.

Affermiamo pure che il nostro paese non può uscire dalla crisi nel quadro dell’euro. Senza moneta propria e senza autonomia monetaria è impossibile far fronte al dramma sociale ed economico, tanto più che pure la politica fiscale è stata annullata dal Patto di Stabilità, proditoriamente costituzionalizzato.

È necessaria una moneta propria per competere e una politica monetaria sovrana per somministrare liquidità al sistema e stimolare una domanda ragionevole. E questo come prima condizione ineludibile, però non sufficiente, per poter sviluppare una politica avanzata di controllo pubblico dei settori strategici dell’economia, di nazionalizzazione delle banche, di ricostruzione del tessuto industriale e agricolo, di difesa e potenziamento dei servizi pubblici fondamentali con un potente e progressivo sistema fiscale, di ammortizzamento delle disuguaglianze e distribuzione della ricchezza, di ripartizione del lavoro per combattere la disoccupazione, di deroga delle controriforme del lavoro e delle pensioni, di rispetto vero verso l’ambiente, ecc…, e di affrontare un processo costituente che permetta di recuperare e approfondire la democrazia. Per tutto ciò bisogna lasciare da parte transitoriamente il deficit pubblico, dimenticarsi di fare proposte impossibili alla BCE e smetterla di avere nostalgia della Riserva Federale o della Banca d’Inghilterra quando si può disporre della Banca di Spagna come istituzione equivalente.

L’ammontare del debito estero è insolvibile. La maggior parte è debito del settore privato, e tocca a chi l’ha contratto risolvere i problemi che si presentino, incluso il settore finanziario, molto compromesso. Perciò rifiutiamo qualsiasi operazione di “riscatto” del nostro paese e per la stessa ragione consideriamo come debito completamente illegittimo quello contratto dallo Stato per distribuire fondi di salvezza per gli enti creditizi che non siano stati nazionalizzati.

Rispetto al debito pubblico, lo Stato deve fare una profonda ristrutturazione dello stesso (abbandono, moratoria, conversione in moneta nazionale) che allevi la pressione schiacciante che subiscono i conti pubblici. Agendo diversamente, può considerarsi come irrimediabile il fallimento del Settore pubblico.

Non ci sfuggono i problemi e la complessità dei passi che proponiamo, tra gli altri limitare la libera circolazione di capitali. E la nostra analisi non ci impedisce nemmeno di collaborare con azioni, proposte e mobilitazioni con quella parte della cittadinanza e le sue organizzazioni che, sotto effetto del bombardamento mediatico cui siamo sottoposti o per altri motivi, ancora non condivide la nostra opzione di fronte al crocevia in cui ci troviamo e la necessità di rompere il nodo gordiano dell’euro. Senza dubbio, di fronte al disastro che ci coinvolge e di fronte alle cause profonde che lo promuovono ed acutizzano, non possiamo restare zitti né evasivi. A nostro modo d’intendere, oggi la società spagnola, che è entrata in una agonia prolungata e senza speranza, non dispone di altra scelta che uscire dall’euro per impedire lo sprofondamento definitivo del paese.

Recuperare la sovranità perduta, rendere effettiva la sovranità popolare, richiede di venire fuori dai capestri che ci paralizzano, affrontare la dura realtà e dotarsi dei mezzi per tracciare un progetto di sopravvivenza che, con tutte le difficoltà, può rappresentare anche una grande opportunità per creare una società sovrana, prospera, solidale, democratica, ecologicamente responsabile e libera.

Primi firmatari:

Julio Anguita/ Sebastián Martin Recio/ Diosdado Toledano/ Héctor Illueca/ Salvador López Arnal/ Joaquín Miras/ Juan Rivera/ Miguel Riera/ Andrés Piqueras/ Miguel Candel/ Alberto Herbera/ Isabel de la Cruz/ Rodrigo Vázquez de Prada/ Manuel Muela/ Rosario Segura/ Juan Montero/ Leonel Basso/ Joan Tafalla/ Manuel Monereo/ Antonio Gil/ Manuel Cañada/ Santiago Fernández Vecilla/ Carlos Martínez/ Pedro Montes

PER ADERIRE AL MANIFESTO

http://salirdeleuro.wordpress.com/

(traduzione di Rosamaria Coppolino)

Il sistema finanziario globalizzato ci ha condannato alla piena depressione

di Stefano Di Francesco
20/05/2013 18:56:47
Il sistema finanziario globalizzato ci ha condannato alla piena depressione

Voglio rassicurarvi! Tutto procede secondo i piani. Siamo in piena depressione economica voluta dal sistema finanziario globale, siamo ottimi emettitori di titoli di stato (BTP,CCT,CTZ,..) che pagano interessi  ben superiori all’inflazione e non corriamo, per il momento, il rischio di venire buttati fuori dall’euro.

Quindi stiamo assolvendo alla perfezione al nostro compito che ci vede a livello globale tra i primi paesi produttori di “safe asset”, con buona pace dei disoccupati, degli esodati, degli scoraggiati, dei pensionati cui nulla viene da questa condizione di leadership globale. 

Ma al Governo Letta (leggasi Monti-bis) non frega niente. Loro vedono la luce in fondo al tunnel; io credo invece che vedano un tir contromano che ci investirà in pieno! Questione di punti di vista.

E’ di qualche giorno fa il seguente comunicato ISTAT: 

 

Siamo alle solite: laddove le stime del Governo  davano una riduzione del PIL per il 2013 del – 1,3%, dopo appena tre mesi  già siamo ben oltre con un -1,5 %. Il trend purtroppo non sembra voler invertire. Anzi, la stima realizzata dalla Banca d’Italia nel suo ultimo Bollettino indica un tendenziale rapporto debito/PIL al 133% alla fine del 2013, ma c’è da scommettere che andrà molto molto  peggio.

Insomma, da quando l’Italia è stata presa in cura dalla “troika” e dalle sue folli cure a base di austerity, tasse, pareggio di bilancio, il rapporto debito/ PIL è passato dal 120% al 130% attuale.

 

Non c’ è bisogno di commentare nulla. Purtroppo le cose andranno sempre peggio. Stiamo percorrendo la via in direzione sbagliata e nonostante tutti, dico tutti gli indicatori, non abbiano fatto altro che peggiorare, ancora si presentano in Tv a dirci che taglieranno l’IMU,che storneranno fondi dalla produttività per destinarli alla solidarietà (leggasi partita di giro),…

La cosa più interessante è però verificare come lo Stato, a dispetto di una severa politica di repressione fiscale, risulti incassare sempre meno tributi, come si evince dal seguente grafico:

 

Infatti, nel mese di Marzo 2013 (ma anche a Gennaio le cose non erano andate bene), le entrate fiscali si sono ridotte di ben 180 milioni di euro rispetto al mese di Marzo del 2012, nonostante la pressione fiscale sia nel frattempo salita di circa un punto percentuale. Questo significa che probabilmente, d’ora in avanti, ad un inasprimento del regime fiscale, non seguirà un incremento delle entrate per lo Stato, il che comporterà probabilmente l’adozione di misure di prelievo straordinarie ( magari una tassa sui depositi bancari stile Cipro del 25-30%)

Poveri noi.

Fiscal Compact, Guarino: il pareggio di bilancio è illegale

di www.libreidee.org /
25/05/2013 14:48:45
Il pareggio di bilancio previsto dal Fiscal Compact? Da gettare nella spazzatura della storia. Azzerare il debito pubblico non è solo insostenibile, è anche illegale: perché viola il Trattato di Lisbona, che il debito pubblico lo ammette eccome, anche se limitato al 3% del Pil secondo una teoria “cabalistica” che si vuole risalente a una semplice boutade dell’allora presidente francese Mitterrand: «Il numero 3 suonava bene, ed era perfetto per togliermi di torno i ministri che mi assediavano con le loro continue richieste di soldi». Fondato sul contenimento ossessivo della spesa pubblica, il regime finanziario europeo non deriva da alcuna scienza economica, ma solo dall’ideologia dominante che prescrive di colpire lo Stato per favorire i grandi monopoli economici privati. E persino nella sua applicazione formale le autorità europee stanno violando la legge. Lo sostiene un giurista di peso internazionale come il professor Giuseppe Guarino, già docente di Cossiga ed esaminatore di Napolitano e Draghi, nonché ministro democristiano (finanze e industria) dall’87 al ’93. “Il teorico dell’euro-caos”, lo ribattezza la versione tedesca del “Financial Times”.
 
Il guaio, dice Guarino a Marco Valerio Lo Prete, che l’ha intervistato per il “Foglio”, è che nessuno, in Italia, osa neppure contraddirlo: semplicemente, i “malati” fingono di ignorare la diagnosi del “medico”. Il professor Guarino esibisce cifre imbarazzanti: l’Europa dell’Eurozona sta continuando a franare, fino a crollare. Un destino segnato in partenza: «Nel quarantennio che va dal 1950 al 1991, la media del tasso di crescita del Pil era stata del 3,86% in Francia, del 4,05 in Germania, del 4,36 in Italia». Le percentuali, dopo i primi sei anni del trattato dell’Unione Europea, sono invece impietose: «La Francia scese all’1,7%, la Germania all’1,4 e l’Italia passò all’ultimo posto». E i dati che vanno dal 1999 al 2011, aggiunge Guarino, sono addirittura drammatici: «La media per i tredici anni dell’euro è diminuita per la Francia all’1,61%, per la Germania all’1,32, per l’Italia allo 0,68. Un crollo verticale».
 
La causa? Va ricercata nella disciplina giuridica dell’Eurozona e dell’Unione Europea in generale: «Non esiste precedente storico di Stati che, per perseguire obiettivi di crescita, si siano rigidamente vincolati al rispetto della parità di bilancio». Vincoli – insiste Guarino – imposti illegalmente. Fino all’incredibile Fiscal Compact, firmato nel marzo 2012 dopo esser stato negoziato nel dicembre 2011, cioè nel momento di massima tensione sui mercati per le sorti dell’Europa. Fiscal Compact che, all’articolo 3, introduce l’obbligo, per gli Stati, di mantenere «in pareggio o in avanzo» la posizione di bilancio della pubblica amministrazione. Norma suicida, avvertono gli economisti neo-keynesiani come Krugman e Stiglitz: tagliando la spesa pubblica, va a rotoli l’intero sistema economico, incluso il settore privato, come la realtà quotidiana si sta incaricando di dimostrare. In più, aggiunge Guarino, il Fiscal Compact è addirittura «inapplicabile», alla lettera, perché è scritto che può essere davvero applicato «soltanto finché compatibile “con i trattati su cui si fonda l’Unione Europea e con il diritto dell’Unione Europea”». Problema: pur molto restrittivi, i trattati costitutivi dell’Ue non arrivano a vietare la possibilità di indebitarsi.
 
Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009 “fondendo” il trattato sull’Unione Europea e il trattato che istituisce la Comunità Europea, «fissa al 3% il limite che l’indebitamento non può superare», ricorda Guarino. «Il Fiscal Compact, invece, riduce il limite a zero punti». In altre parole, il Fiscal Compact «sopprime la sovranità fiscale degli Stati firmatari, in violazione del Trattato di Lisbona al quale pure si richiama». Forse, osserva Guarino, il Fiscal Compact è stato una “scorciatoia”, visto che l’unanimità tra i 27 paesi membri necessaria a modificare il Trattato di Lisbona non sarebbe mai stata raggiunta. «Fatto sta che questo trattato rimane illegale: non ha la forza costituzionale per modificare il Trattato di Lisbona». Quell’obbrobrio giuridico, primo responsabile delle spietate politiche di rigore che stanno letteralmente piegando le economie del Sud Europa, è estraneo persino al diritto fondamentale europeo, perché «l’azzeramento del deficit non è previsto dal regolamento 1175 del 2011, vigente tuttora in materia di politica di bilancio».
 
Per Guarino, l’aggiramento delle leggi grazie a normative varate sottobanco è un po’ il “vizietto” delle autorità europee: fino al 6 dicembre 2011, giorno d’entrata in vigore dell’attuale Regolamento numero 1175, era già stato applicato un altro regolamento «viziato da incompetenza assoluta», il numero 1466 del 1997. Quell’anno, proprio mentre si concludeva la fase transitoria che avrebbe dovuto rendere più omogenee tra loro le economie dell’Eurozona in vista dell’introduzione della moneta unica, «la Commissione si arbitrò di sostituire l’articolo 104 C del trattato dell’Unione Europea con due regolamenti, uno dei quali è appunto il 1466 del ‘97». In sintesi: il parametro dell’indebitamento al 3% – uno dei famosi “parametri di Maastricht” – veniva sostituito «con il parametro dello zero per cento, cioè il pareggio di bilancio», archiviando Maastricht e il parametro precedente, cioè un “sano” debito pubblico fino al 60% del Pil, su cui si fondò la crescita del benessere reale in tutta Europa, per decenni.
 
«I ministri della Repubblica italiana continuavano a parlare di “parametri di Maastricht”», protesta Guarino, ma «in realtà operavano ottemperando a vincoli ancora più stringenti». Il pareggio di bilancio anticipato in modo semi-clandestino dal regolamento del ’97?  Fu «un attentato alla Costituzione europea», ad opera di membri della stessa Commissione, tra i quali oltretutto figuravano Mario Monti, “ministro” europeo per le regole sulla concorrenza, e la stessa Emma Bonino: incaricata di occuparsi di politica dei consumatori, pesca e addirittura aiuti umanitari, proprio mentre Bruxelles varava misure che avrebbero provocato la catastrofe umanitaria della Grecia e il tracollo socio-economico degli altri Piigs, causando l’incredibile retrocessione di una potenza industriale come l’Italia. La motivazione di quella mossa? Forse doveva servire da “pungolo” per condizionare gli Stati meno rigorosi, in vista della convergenza verso l’adozione dell’euro: «Si trattò di consensi formalmente volontari ma sostanzialmente coatti», cioè estorti, e senza mai la necessaria trasparenza, né una vera validazione democratica, tantomeno referendaria.
 
E’ lo stesso schema che oggi si ripete per il giro di vite finale, quello più drammatico, imposto da Fiscal Compact che condanna l’Italia a tagliare di tutto, dalle pensioni alla scuola, dagli enti locali alla sanità, precipitando il paese nell’abisso della povertà e dell’insicurezza sociale. Nel 1997, ribadisce Guarino, fu un semplice regolamento burocratico ad avere la pretesa di correggere le norme di un trattato che pure era legalmente sovraordinato, con la Commissione Europea che si arrogò il diritto di inserire l’obiettivo del bilancio in pareggio o addirittura in attivo. Nel 2012, firmato il Fiscal Compact sul rigore assoluto di bilancio, grazie alle fortissime pressioni della Germania guidata da Angela Merkel, Bruxelles «ha tradito le norme vigenti del Trattato di Lisbona e quelle appena stabilite nel Regolamento 1175 del 2011». Ma attenzione, lo strapotere tedesco è miope: «Negli anni 90, nel momento in cui tutto il mondo accelerava per avvantaggiarsi della rivoluzione informatica, la Germania ha scelto di autovincolarsi, di immobilizzarsi per fare da modello a tutti gli altri, ed ecco i risultati. Così sta forse acquistando la preminenza in Europa perdendo quella nel mondo, un errore in cui è già incappata altre volte nella storia. Il punto è che oggi è tutta l’Europa a rischiare l’irrilevanza».
 
Secondo Guarino, si impone una svolta: per salvare l’economia, ma anche “in nome della legge”. Ovvero: «Il Fiscal Compact non si applica, se vogliamo rispettare i trattati europei. Né va portata avanti la sua trasposizione nella Costituzione italiana, con la riforma dell’articolo 81 sul pareggio di bilancio». Quanto alla possibile reazione dei “mercati”, cioè il potere di ricatto dello spread, Guarino parla di «grande imbroglio» e rivela che il differenziale tra Btp italiani e Bund tedeschi si può far salire e scendere semplicemente «muovendo una decina di miliardi di euro». Speculazione pura, manipolazione politica persino a buon mercato. Così, Guarino suggerisce la prima mossa da compiere, per un esecutivo davvero responsabile: «Esigere l’applicazione dei trattati vigenti, cioè del Trattato di Lisbona firmato nel 2007 e in vigore dal 2009. Quel trattato garantisce la possibilità di un indebitamento annuo pari al 3% del Pil». Questo, in base alle attuali norme – che il Fiscal Compact calpesta. Senza contare che i rivolgimenti politici in corso, a partire dall’Italia, potrebbero costringere la Germania e tutta l’Unione Europea ad archiviare per sempre l’ideologia suicida del taglio della spesa pubblica, se si vuole davvero una “ripresa” dell’economia e dell’occupazione che scongiuri, per l’Europa, il ripetersi di scenari come quelli che portarono alla Seconda Guerra Mondiale.
Postato il 25/05/2013 14:48:45 in Sovranità monetaria

'Islam e Moschea', Magdi Allam: “il sindaco di Crema non conosce il significato dell'Islam, del Corano e della biografia di Maometto”

di Emanuele Mandelli
25/05/2013 10:08:44

da www.cremaonline.it - Crema - Sala dei Ricevimenti affollata per il passaggio cremasco dell’europarlamentare Magdi Cristiano Allam, ospitato dalla sezione locale della Lega Nord all’interno di una serata di discussione organizzata per parlare di Islam e della prospettiva di costruzione di una moschea a Crema.

La Bonaldi non sa di cosa parla
Ovviamente Allam durante la serata si è più volte riferito alla situazione locale: “Il sindaco sbaglia ad autorizzare la moschea e lo fa unicamente perché non conosce il significato dell'Islam, del Corano e della biografia di Maometto. Se si prendesse la briga di un serio approfondimento dei contenuti capirebbe che l'Islam più che una religione è un'ideologia”.

L’Islam non è moderato
“Un pensiero totalizzante che impone la violenza e il sopruso, il non rispetto dei cristiani e degli ebrei, oltre a considerare la donna come essere inferiore. Una non separazione fra elemento religioso e governo che porta come inevitabile conseguenza l'eliminazione dell'aspetto laico della società. Non esiste un Islam moderato, ma solo singoli musulmani moderati”.

Moschea o musalla poco cambia
Sulla questione della reale denominazione della struttura ipotizzata a Crema, moschea o musalla, l’ex vicedirettore del Corriere della Sera è stato molto netto: “Innanzitutto è bene specificare che in entrambi i casi si tratta di sale di preghiera tra le quali non esiste differenza, se non per le dimensioni essendo la seconda semplicemente di dimensioni più ridotte”. 

Uno sguardo a Londra
Non sono mancati riferimenti ai recenti fatti di cronaca, in particolare sull’episodio di violenza avvenuto per le strade di Londra, con protagonisti due estremisti islamici: “Chi ha decapitato ieri il soldato britannico - ha affermato Allam - ha emulato Maometto che ha dato esempio su come ci si deve comportare con i nemici dell'islam”.

Le firme dei cremaschi
Al termine della serata gli esponenti cremaschi della Lega Nord hanno annunciato che il prossimo 27 maggio depositeranno le firme raccolte in queste settimane di tutti i cittadini cremaschi che hanno voluto dire no all’ipotesi dell’insediamento in città di un centro culturale, moschea o altro luogo di culto afferente l’islam.

Postato il 25/05/2013 10:08:44 in Dicono di Noi

FINANZA/ Fortis: l’Ue ci ha "punito" ingiustamente, ecco le prove

di Pietro Vernizzi
25/05/2013 09:59:27
http://www.ilsussidiario.net -INT.Marco Fortis - “Ho l’impressione che l’Ue non possa andare avanti come ha fatto fino a oggi con timidezze e assenze di decisioni. O imprime un’accelerazione o così come è implode”. Lo ha sottolineato ieri il presidente del Consiglio, Enrico Letta, intervenendo al Senato, dove ha aggiunto che “le domande italiane hanno risposta europea a condizione che l’Europa non si traduca in una gabbia di vincoli, regole e procedure”. Nello stesso tempo però “in tutti gli incontri avuti dal governo con le cancellerie europee abbiamo illustrato la nostra natura europea ed europeista e il nostro fermissimo impegno di rispettare la disciplina della finanza pubblica. Questa è la premessa irrinunciabile: ricercare nel quadro della finanza pubblica europea, non fuori e mai contro, spazi per la crescita e la creazione di posti di lavoro”. Un riferimento al rientro dalla procedura di infrazione Ue che, per il professor Marco Fortis, potrebbe valere 40 miliardi di euro, la stessa somma del primo lotto dei debiti della Pubblica amministrazione.

Se le regole europee sono “una gabbia”, per quale motivo Letta ha sottolineato che si rispettano comunque?

La rigidità delle regole europee sta distruggendo la capacità produttiva comunitaria, attraverso la distruzione preliminare della domanda interna e del mercato domestico di tutti i paesi membri. Gli scambi intracomunitari crollano, e in queste condizioni cresce la disoccupazione soprattutto giovanile. E’ a ciò che si riferisce Letta quando afferma che le regole Ue sono una gabbia troppo rigida. D’altra parte nelle parole del presidente del Consiglio c’è anche un attestato di realismo, in quanto riconosce che quello italiano è percepito come il secondo debito pubblico più alto d’Europa.

In che senso dice che “è percepito” come il secondo debito pubblico più alto?

I numeri vanno analizzati in modo attento o rischiamo di fare confusione. L’Italia è il Paese il cui debito pubblico dal 2008 al 2011, in percentuale e in termini assoluti, è cresciuto di meno nell’eurozona, con una performance migliore rispetto alla stessa Germania. Non c’era quindi nessun motivo per cui l’Italia dovesse adottare le stesse ricette che erano ordinate alla Grecia, la quale al contrario presentava delle difficoltà oggettive.

Quali?

Il problema di Atene non è tanto il debito pubblico al 150/160% del Pil, ma soprattutto il fatto che questo “buco” è pari al 350% della ricchezza finanziaria privata delle famiglie greche. Da questo punto di vista ci sono differenze enormi non solo tra Italia e Grecia, ma anche tra Italia e Spagna.

Per i tedeschi, la vera pecca dell’Italia è la mancanza di competitività…

L’industria italiana è tutt’oggi la quinta al mondo e la seconda d’Europa, e questo la dice lunga sulla competitività del nostro Paese. Eppure siamo stati costretti ad adottare una ricetta greca per un problema che non era greco. In questo modo l’Italia si è impegnata a rimanere sotto al 3% del rapporto deficit/Pil, mentre la Spagna ha chiuso il 2012 con un rapporto del 10,8%. Se lo spread rispecchiasse questa differenza, tra Italia e Spagna dovrebbero esserci 300 punti anziché soltanto 30.

Non le sembra di esagerare?

A differenza della Spagna, l’Italia non ha avuto una bolla immobiliare, né un terzo delle banche in crisi per avere erogato prestiti sbagliati alle imprese costruttrici. Ma non è solo il confronto con la Spagna a essere rivelatore. Se dovessimo giudicare i paesi del mondo con i criteri di Maastricht, rimarrebbero in procedura d’infrazione non solo la Francia, la Spagna e i Paesi Bassi (dove il rapporto deficit/Pil è superiore al 4%), ma anche per assurdo il Regno Unito, gli Stati Uniti e il Giappone, che pure non fanno parte dell’Eurozona.

Insomma, vuole dire che l’economia italiana è molto più forte di quanto non sembri?

Sì, basti pensare che nel 2012 gli italiani hanno pagato 28 miliardi di Imu in silenzio, senza scendere in piazza, perché il nostro Paese ha ancora quel margine di manovra di ricchezza finanziaria delle famiglie. E’ quest’ultima che ci ha aiutato ad affrontare la nuova marea di tasse che ci è stata richiesta l’anno scorso.

Quali sono state le conseguenze di questo innalzamento delle tasse?

Prima dell’inizio della crisi il tasso di disoccupazione giovanile nel Nord Italia era uguale a quello della Germania, quello del Centro Italia era inferiore rispetto alla Francia e quello del Sud era inferiore alla Spagna. Oggi nel Sud Italia si è impennato al 50%, mentre nel Nord il tasso di disoccupazione giovanile è più che raddoppiato rispetto a prima della crisi.

E intanto il debito pubblico dell’Italia ha raggiunto il 127% del Pil…

Eppure nel 2012 è stato pari al 72-73% della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane. Anche se il debito pubblico italiano superasse il 150% del Pil non diventerebbe comunque superiore all’80-85% della ricchezza finanziaria netta. In Spagna già oggi il debito pubblico è al 120% della ricchezza finanziaria netta delle famiglie, anche se in proporzione al Pil sembra solo leggermente più alto rispetto alla Germania.

Secondo lei, i burocrati europei conoscono questi numeri?

Non ne sarei così sicuro. Il presidente Letta dovrebbe spiegare al commissario europeo Olli Rehn che non è vero che, come affermano Reinhart e Rogoff, i paesi a rischio sarebbero quelli che stanno sopra al 90% nel rapporto debito/Pil. La vera linea rossa è rappresentata dal rapporto del 90% tra debito pubblico e ricchezza finanziaria privata, e l’Italia come dicevo è al 72%.

Quanto vale il rientro dell’Italia dalla procedura d’infrazione Ue?

Se l’Italia rientra dalla procedura d’infrazione, in primo luogo dà un segnale molto forte ai mercati. Potrebbe inoltre ritornare a godere di alcuni margini di flessibilità che prima erano stati preclusi per quanto riguarda le risorse europee e i fondi di finanziamento di iniziative con scopi di sostegno ai territori. Si parla di 12 miliardi di euro.

Per Moavero, il rientro dalla procedura permetterebbe anche di alzare il rapporto deficit Pil dal 2,4% al 2,9% sia nel 2013 sia nel 2014. Quanto varrebbe questo 0,5% in più?

Se è vero che il rapporto deficit/Pil del 2,9% potrà essere mantenuto non solo nel 2013 ma anche nel 2014, ciò significherà che si libereranno risorse della stessa entità della somma necessaria al pagamento del primo lotto dei debiti della Pubblica amministrazione.

Cioè?

In questo modo libereremmo lo 0,5% di Pil sia nel 2013 sia nel 2014. Il nostro impegno per il 2014 era in realtà il pareggio di bilancio, e quindi se anche l’anno prossimo ci sarà concesso di rimanere al 2,9% guadagneremmo un ulteriore spazio di manovra che sarà probabilmente pari a quasi 1 punto di Pil. Se il Pil è pari a 1.500 miliardi, l’1% del Pil equivale a 15 miliardi. Grossomodo i margini di manovra netti che si potrebbero conseguire nell’ipotesi che l’Italia possa rimanere al 2,9% del rapporto deficit/Pil per due anni, tenendo conto anche degli effetti moltiplicatori, sarà quindi pari a 40 miliardi di euro.

Letta ha annunciato che taglierà Imu, Tares, cuneo fiscale e destinerà nuovi fondi per il bonus ristrutturazioni, gli esodati e i pensionati. A quale di queste voci va data priorità?

La priorità va data innanzitutto alla riduzione del costo del lavoro, e inoltre al fatto di ridare respiro ai consumatori e alle famiglie meno abbienti che sono in condizioni critiche. La riduzione dell’Imu ha senso quindi solo per le persone più indigenti, mentre non si capisce per quale motivo chi ha capacità economica non debba pagare anche sulla prima casa.

E per le imprese?

 

Altrettanta importanza va data agli sgravi fiscali legati industria manifatturiera. Non possiamo infatti andare avanti per altri due anni con una serie di aziende che chiudono ogni giorno perché non hanno davanti a sé un orizzonte di manovra. Non tutti possono esportare in Cina, in Russia o nei Paesi arabi, numerose aziende lavorano per il mercato interno e l’austerity ha provocato una recessione artificiale per farle chiudere.

Postato il 25/05/2013 09:59:27 in Sovranità monetaria

Francia: è possibile conciliare l'islam con la laicità? Intervista a Abbruzzese

di Pietro Vernizzi
24/05/2013 14:14:21

(Fonte: http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2013/5/21/ISLAM-Abbruzzese-il-giuramento-laico-di-Hollande-potrebbe-scatenare-una-guerra-di-religione/2/391493/)

Stato laicista e islam radicale allo scontro muscolare in Francia. Da un lato c'è un modello di società tra i più secolarizzati al mondo, con il presidente Hollande che di recente ha introdotto il matrimonio e le adozioni da parte delle coppie omosessuali. Dall'altra c'è una comunità islamica numerosa, politicamente influente e che gode di ingenti finanziamenti da parte di Stati come gli Emirati Arabi. Per arginare la diffusione dell'estremismo islamico nelle carceri francesi, Parigi è giunta ad assumere 60 imam per predicare un'interpretazione tollerante del Corano all'interno dei penitenziari. Ilsussidiario.net ha intervistato Salvatore Abbruzzese.

Ritiene che l'operazione di Hollande nelle carceri francesi possa avere successo?

Il problema fondamentale di questa iniziativa è che qualsiasi impiegato pubblico francese è tenuto al giuramento di fedeltà alla Repubblica e alle leggi dello Stato. E' abbastanza evidente che ciò pone in essere un conflitto evidente con l'islam radicale. C'è oggettivamente una difficoltà in linea di diritto, e mi domando come questo possa non essere visto da parte dell'islam come un tentativo di inserire una potenziale scissione al suo interno.

 

Si spieghi porfessore.

Le dichiarazioni di fedeltà alla Repubblica laica francese può essere interpretata dall'ala più radicale come una dichiarazione incompatibile alla fedeltà al Corano, ponendo così le premesse per un conflitto interno alla comunità islamica in quanto tale. Ciò può anche non avvenire, ma non mi stupirei se all'interno dell'islam radicale qualche esponente prendesse le distanze da questi imam/funzionari pagati dallo Stato, i quali non possono essere tali senza riconoscersi nei valori e nei principi giuridici e morali della Repubblica francese. Se ciò per un cattolico non crea particolari problemi, all'interno di un'interpretazione particolare dell'universo islamico potrebbe presentarne parecchi.

 

Fino a che punto l'islam in Francia rischia di diventare una forza egemonizzante?

Non la definirei una forza egemonizzante. Sicuramente c'è una presenza vistosa, la società e le istituzioni francesi restano però potenzialmente laiche. Ne è un esempio emblematico l'approvazione della legge sul matrimonio e soprattutto sull'adozione di bambini da parte di coppie gay. Abbiamo assistito a un vero e proprio scontro muscolare determinato da un certo modo di intendere la laicità, anche contro la stessa società francese. E' a questo livello che vedo in atto un'egemonia molto forte. Tuttavia il fatto che gli Emirati Arabi siano arrivati a finanziare la ricostruzione delle banlieue parigine è sicuramente un elemento importante di cui tenere conto.

 

Che cosa ne pensa invece della scelta di due ministri francesi di disertare una conferenza cui partecipava l'intellettuale islamico Triq Ramadan?

Tariq Ramadan è stato accusato di avere contatti con l'universo terrorista, al punto che quando l'Università di Aosta lo ha invitato, la Provincia autonoma ha ritirato la sua presenza e il suo contributo al convegno, bloccando di fatto l'iniziativa. Su Tariq Ramadan c'è una discussione aperta, lo si accusa di avere avuto un atteggiamento condiscendente nei confronti dell'ala più radicale del mondo islamico, inclusi gli ambienti terroristi. Dal 2004 al 2010 le autorità statunitensi gli hanno persino proibito di recarsi sul suolo americano, e solo tre anni fa Hillary Clinton ha deciso di revocarne la messa al bando.

 

Ritiene che quello di Ramadan sia un caso isolato, o il sintomo di un problema più diffuso?

La vera origine del problema è che l'islam è una realtà religiosa estremamente particolare, in quanto è anche immediatamente una realtà politica. E' una differenze radicale, non dobbiamo mai dimenticarci che l'islam non è il cristianesimo. Quest'ultimo ha permeso lo Stato laico, ponendone le premesse ontologiche, mentre nel mondo islamico la laicità è un'aberrazione per alcuni e una bestemmia per altri.

Postato il 24/05/2013 14:14:21 in No islam

L'Islanda dice no all'euro

di Valentina Veneroso
24/05/2013 14:08:16

(Fonte: http://www.iljournal.it/2013/lislanda-dice-no-alleuro/471467%20/images-302)

Il nuovo governo islandese ha interrotto le trattative con l'Unione Europea, saranno i cittadini a decidere se vogliono l'euro. E sembrerebbe proprio di no.

A un mese dalla sconfitta del Partito Social Democratico, i leader della nuova coalizione al governo dell’Islanda, sospendono le trattative di adesione all’Unione Europea. La nuova formazione a capo del paese, composta dal Partito Progressista Islandese e dal Partito per l’Indipendenza, ha ottenuto lo scorso 27 aprile 38 seggi sui 63 complessivi in Parlamento.
Guidati rispettivamente da David Gunnlaugsson e Bjarni Benediktsson, entrambi si muovono su posizioni apertamenteeuroscettiche, al contrario dell’uscente Jóhanna Sigurðardóttir.
Il precedente governo aveva nel 2009 aperto i negoziati per permettere all’Islanda di entrare nell’Unione Europea ma ora che i giochi di potere sono cambiati, il paese fa marcia indietro, indicendo un referendum che porterà i cittadini islandesi a decidere sul futuro del paese.
Il congelamento dei negoziati era già iniziato in gennaio proprio perché l’elettorato bocciava le politiche economiche del precedente governo. Con il 27 aprile quest’ultimo ha palesato la sua intenzione di riaffidarsi ai nazionalisti e invertire la tendenza. I neo-eletti, che arrivano preparati alla volontà del popolo e conoscono bene le spinose questioni economiche da affrontare, sanno che la maggioranza degli cittadini non vuole scendere a patti con Bruxelles.

L’Entrata nella zona euro significherebbe per l’isola svalutazione della corona islandese al fine d’incrementare le esportazioni. Nel caso dei prodotti ittici, che costituiscono il 70% del commercio estero in uscita, il deprezzamento sarebbe davvero imponente, per non parlare delle regole cui l’Islanda dovrebbe sottostare per rispondere alle leggi sulla pesca dell’UE.

Postato il 24/05/2013 14:08:16 in Sovranità monetaria

Media e terrorismo: Allah è grande (e virtuale)?

di Domenico Naso
24/05/2013 09:47:17

http://www.intelligonews.it/media-e-terrorismo-allah-e-grande-e-virtuale/ - C’è qualcosa di agghiacciante e disturbante, nellla barbara decapitazione di un soldato inglese ieri a Woolwich. Non solo il gesto in sé, che ovviamente è raccapricciante, ma tutto il corollario di azioni e comportamenti da parte del commando terrorista che lo ha compiuto.

Uccidere a sangue freddo un uomo e poi chiedere a gran voce di essere filmato per andare sui notiziari televisivi o su internet, è forse il segno dei tempi sociali e mediatici che stiamo vivendo. Proprio in Inghilterra, qualche tempo fa aveva fatto molto discutere la serie televisiva Black Mirror, un inquietante viaggio attraverso le storture della società dell’immagine e dell’informazione in tempo reale.

E un episodio della serie (White Bear) narra proprio di pazzi assassini che amano farsi riprendere da inebetiti e insensibili cittadini, che seguono le “gesta” dei killer come automi guidati solo dalle videocamere dei loro smartphone. Un corto circuito socio-mediatico che, a quanto pare, ha infranto lo specchio della finzione scenica e ha invaso la realtà.

Il video esclusivo di ITV, che mostra l’assassino con il machete e le mani insanguinate che spiega il perché dell’attacco e pretende la ripresa televisiva, è il simbolo di una tragedia che va oltre il terrorismo. La matrice islamica dell’attentato è evidente, anche se resta da capire se si è trattato di un gesto poco organizzato o della realizzazione del piano di un’organizzazione più ampia, ma il salto di qualità mediatica è evidente. Non basta più, nemmeno agli efferati terroristi islamici, seminare morte e terrore per le strade delle nostre città.

L’omicidio eclatante e barbaro diventa quasi il mezzo, e non il fine. L’obiettivo finale è la visibilità mediatica. È la teoria warholiana dei quindici minuti di celebrità che travalica il pop e la società dell’immagine e diventa macabra rivendicazione di moventi ideologici o politici. È l’altro lato della medaglia della società dell’informazione in tempo reale e della rete globale. Tanti meriti, tanti contributi per migliorare la qualità della nostra vita, ma anche qualche variabile impazzita che può diventare una minaccia per la stabilità del sistema occidentale.
In Inghilterra, per adesso, regna un giustificato terrore. Ma prima o poi, passato lo shock, toccherà riflettere sugli effetti perversi di un sistema della comunicazione che forse ci sta sfuggendo di mano.

Postato il 24/05/2013 09:47:17 in No islam

Una chiacchierata con Magdi Cristiano: ospite Susy De Martini (23/05/2013)

di Io amo l'Italia
23/05/2013 11:33:13
Postato il 23/05/2013 11:33:13 in Video

A difesa dei balneari e contro la Direttiva Bolkenstein: lettera dei parlamentari europei al Governo

di Fabrizio Licordari
23/05/2013 10:42:39

Ai Sigg. Componenti la Giunta di Assobalneari Italia -loro sedi- e p.c.

Alle Territoriali Federturismo - Confindustria-loro sedi-
Cari Colleghi questa la importante nota sottoscritta da 32 Parlamentari Europei indirizzata ai ministri Milanesi (affari europei), Delrio (affari regionali), Bray (turismo) e Zanonato (sviluppo economico), mentre il nostro collega Marcello Di Finizio ha nuovamente manifestato per richiamare l' attenzione sulla nostra questione.
 Giudico questa nota molto importante poichè solo con la continua pressione possiamo sperare di migliorare la nostra posizione.
 Avere questa determinazione da parte dei nostri parlamentari europei è un segnale che dobbiamo interpretare positivamente. 
 Tra breve ci saranno le elezioni per il Parlamento europeo, e per noi sarà molto importante saper scegliere chi sarà a doverci rappresentare per portare avanti le nostre istanze.
 Richiamo infine la vostra attenzione sul passaggio che sottolinea l' importanza della Federazione europea del nostro comparto (E.Fe.B.E.) che ci siamo impegnati a costituire. Un cordiale saluto
Fabrizio Licordari
 
STRASBURGO – Preg.mo Ministro, la notizia dell'ennesima protesta da parte dell'imprenditore triestino del settore balneare, Marcello Di Finizio, non può lasciarci indifferenti e ci richiama alle nostre responsabilità per dare finalmente una soluzione all'annosa questione delle concessioni demaniali marittime. 
Inutile ricordarle che il settore balneare italiano, con tutto l'indotto, rappresenta un'importante ricchezza per il nostro Paese e merita, pertanto, tutta la nostra attenzione e il nostro sostegno. 
Purtroppo, dopo lunghi anni di negoziati e discussioni, ad oggi gli imprenditori del settore non possono ancora godere di un quadro giuridico definito entro il quale operare. Da ultimo, il decreto legislativo di riordino della materia, che il Parlamento aveva affidato al Governo, non é stato elaborato nei termini previsti, e ciò non fa altro che perpetrare la situazione di incertezza per gli operatori, già fortemente penalizzati dalla crisi economica. La scelta di concedere una ulteriore proroga al 2020, in favore delle concessioni esistenti, è una soluzione insufficiente, perché blocca ancora gli investimenti e la programmazione dell'attività delle imprese.
Con l'insediamento del nuovo Governo, la speranza è quella che si metta in campo, senza indugio, una nuova strategia per il rilancio del settore, anche nell'ambito delle politiche per il turismo, che possa rappresentare l'impulso a nuovi posti di lavoro e al rafforzamento del mercato italiano.
Qualche mese fa, i deputati italiani al Parlamento europeo hanno incontrato il commissario al mercato interno, Michel Barnier, che ha mostrato disponibilità e apertura per individuare una soluzione in tempi rapidi. Ora è necessario riaprire immediatamente il dialogo a livello nazionale, con le associazioni di categoria dei balneari che stanno facendo molti sforzi - da ultimo con l'istituzione di un'associazione europea di rappresentanza del settore - e all'interno della Conferenza Stato-Regioni, per dare attuazione a una vera concertazione che permetta il superamento degli ostacoli che finora hanno impedito il raggiungimento di un'adeguata soluzione e la tutela di tutti gli interessi in gioco. 
La invitiamo, pertanto, a farsi portavoce nel Consiglio dei Ministri, assieme ai suoi colleghi Ministri del Turismo, degli Affari Regionali e dello Sviluppo Economico, delle istanze che provengono dal settore dei balneari. Da parte nostra, le riconfermiamo tutta la nostra disponibilità per aiutare il dialogo e il raggiungimento di questo importante obiettivo per il nostro Paese. Cordialmente.
 
I deputati al Parlamento europeo: Lara Comi, Roberta Angelilli, Giovanni La Via, Carlo Fidanza, Susy De Martini, Aldo Patriciello, Giommaria Uggias, Oreste Rossi, Vincenzo Iovine, Ciriaco De Mita, Clemente Mastella, Marco Scurria, Matteo Salvini, Magdi Cristiano Allam, Antonio Cancian, Mara Bizzotto, Giuseppe Gargani, Lorenzo Fontana, Antonello Antinoro, Claudio Morganti, Cristiana Muscardini, Franco Bonanini, Andrea Cozzolino, Paolo Bartolozzi, Alfredo Pallone, Iva Zanicchi, Barbara Matera, Licia Ronzulli, Francesca Barracciu, Giancarlo Scottà, Enzo Rivellini, Salvatore Iacolino
 
Postato il 23/05/2013 10:42:39 in Imprenditori balneari

Soldato ucciso con machete a Londra

di Ansa .
22/05/2013 20:32:51

Un soldato in servizio e' stato ucciso da due uomini armati, che hanno urlato 'Allah Akbar'

Orrore e paura nel pomeriggio a Woolwich, nel sud est di Londra. Un soldato in servizio e' stato decapitato da due uomini armati di machete, che potrebbero essere integralisti islamici. La vittima e' stata prima immobilizzata e poi uccisa. Durante l'attacco sono state utilizzate diverse armi, tra cui - si pensa al momento - anche un'arma da fuoco. I due uomini sono stati feriti dalle forze di polizia che sono subito intervenute.

Il fatto e' avvenuto oggi pomeriggio a pochi metri da una caserma della Royal Artillery, reparto di artiglieria di sua maesta'. Secondo un testimone, citato da Sky News, l'uomo ucciso indossava una t-shirt dell'associazione di volontariato 'Help for Heroes', che aiuta i militari feriti in battaglia. 

L'attacco sarebbe di matrice islamica. La polizia di Londra ha affermato che i due aggressori avrebbero cercato di filmare l'assassinio.

Secondo Bbc, che cita fonti governative, gli autori urlavano 'Allah Akbar'. 

L'immagine di un nero con le mani insanguinate che impugna una mannaia e un coltello compare sul sito dell'emittente televisiva britannica Itv, che afferma di essere in possesso di un filmato in cui l'uomo, che si sospetta essere uno degli autori dell'attacco nel sud di Londra in cui un soldato è stato ucciso, parla guardando dritto nella telecamera pronunciando frasi come: "Nel nome del grande Allah, non smetteremo di combattervi".

Gli autori dell'attacco oggi nel sud di Londra in cui un soldato è stato ucciso "chiedevano ai passanti di fotografarli", secondo una testimonianza riferita dalla Bbc. Lauren Collins ha raccontato che era appena scesa da un autobus quando si è accorta che per terra giaceva il corpo di un uomo. Quelli che con tutta probabilità erano gli autori dell'attacco chiedevano intanto ai passanti di fotografarli.

Il ministro britannico degli Interni Theresa May ha confermato di essere stata aggiornata dal responsabile dei servizi di sicurezza (MI5) parlando di un episodio "barbaro e raccapricciante". E il primo ministro britannico David Cameron sarà di ritorno a Londra da Bruxelles già questa sera. Cameron è al momento in viaggio verso Parigi da Bruxelles dove ha preso parte al Consiglio europeo. E' prevista comunque una conferenza stampa del primo ministro a breve a Parigi. 

Postato il 22/05/2013 20:32:51 in No islam
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