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Farage vuole l'allontanamento di Borghezio dall'Eld: lui per ora si auto-sospende

di Magdi Cristiano Allam

21/05/2013 20:41:15

Nigel Farage, leader dell'Ukip (United Kingdom Independence Party), che ha recentemente ottenuto il 25% dei consensi alle elezioni...

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Il punto della situazione

di Ida Magli
22/05/2013 20:25:24
Il punto della situazione

(www.italianiliberi.it) - È diventato difficile in Italia, dagli ultimi giorni del 2011 ad oggi, rendersi conto del passare del tempo, cercare di padroneggiarlo rievocando gli avvenimenti e tentare di fare il punto della situazione. In realtà si è trattato di un tempo-non tempo, affondato per i cittadini in una specie di limbo, immobile ed oscuro, di cui non si sa nulla perché non è stato mai sperimentato in precedenza e dal quale quindi si aspetta che siano gli esperti, i politici a traghettarci, nella nostra veste di “ombre”, verso la luce. Ma i politici sanno bene che questa strada non esiste perché l’unica possibile comporterebbe rimettere in questione l’unione europea, cosa che nessuno vuole fare e neanche osa porre di fronte a sé. Ripetono, perciò, che si vede la luce in fondo al tunnel ma è il tunnel che non è per nulla un tunnel, ossia un corridoio da percorrere per raggiungere una meta: è invece la situazione, è la realtà.

  Anche se è vero che la crisi economica è drammatica, lo stato di atonia nel quale si trovano i popoli non nasce dai debiti che è impossibile ripianare, così come non ne nascono gli atti estremi di chi uccide i propri figli prima di suicidarsi, o si getta da un ponte perché senza speranza di trovare lavoro: questi sono atti che ne rappresentano semmai un’assoluta, finale negazione. Ci si uccide perché appunto il tunnel non è un tunnel; perché la situazione è immobile e senza senso. La crisi è veramente crisi della politica, ossia dell’unico sistema abilitato ad agire nelle democrazie. Le rovine che hanno travolto nel crollo i popoli d’Europa, sono le rovine delle imprese condotte dai politici, delle loro idee prima ancora che della loro realizzazione. Non è possibile neanche rendersi conto di che cosa significhi affermare, come tutti affermano, che c’è la crisi della politica, la sfiducia nella politica, in un’Europa che aveva affidato tutto alla politica. Tutto, ossia “troppo”. Infatti i politici hanno costruito l’unificazione europea, e in prospettiva l’unificazione del mondo, più come sogno, come immagine ideale, che come realtà, tanto da non averne chiamato quasi per nulla i popoli a prenderne atto e a ratificarla. Tutto è stato fatto senza i popoli, con l’inganno, la finzione, la menzogna, ed è soprattutto per questo che adesso, come si vede chiaramente in Grecia, in Spagna, in Italia, i politici si ritrovano soli davanti alle rovine, così come si ritrovano soli i popoli. Una solitudine tanto più spaventosa perché si tratta di riempire con una fiducia che non c’è, l’inganno dei tanti inni cantati nell’esaltazione della democrazia. Due solitudini, quindi, che se ne stanno una di fronte all’altra, che non possono unirsi, sommarsi, confortarsi, affrontare insieme la realtà.

  La disperazione nasce dal non-senso. È il non-senso, la mancanza di logica in ciò che viene prospettato come via d’uscita dai governanti, dai politici, dai sindacalisti che induce alla morte. Di fronte ad una situazione come quella odierna in cui i popoli sono spinti dai loro leader ad agire contro se stessi, contro la logica cui è stata affidata fino ad oggi la sopravvivenza della specie, quella che provvede sempre prima al domani che all’oggi, le reazioni possibili sono quelle cui assistiamo: aderire passivamente, lasciandosi condurre come ciechi verso la catastrofe, oppure darsi la morte, dandola prima ai propri figli perché laddove non c’è futuro non ci sono neanche figli.

  Nelle manifestazioni che si sono svolte ieri, in apparenza contro il governo, nessuno ha pronunciato la parola “Europa”, nessuno ha indicato nell’Euro, in una moneta artificiale che appartiene, arricchendoli ogni giorno con i nostri debiti, a ricchi banchieri e a ricchissimi monarchi, la causa principale della crisi. Dov’era Rodotà, dov’era Cofferati, dov’era Landini quando è stato firmato il trattato di Maastricht? E dov’erano Napolitano, Berlusconi, Enrico Letta, quando è stato tolto agli italiani il proprio Stato, togliendogli l’indipendenza, la libertà, la sovranità? Mentono tutti, dunque, volutamente e consapevolmente, quando si rallegrano del rinvio del pagamento di una tassa o prospettano la possibilità di una ripresa del mercato, così come mentono coloro che in piazza promettono ai disoccupati chissà quale rivoluzione, sapendo che stiamo ormai consumando noi stessi, simili a quegli animali che, chiusi in una gabbia troppo stretta, finiscono col divorare i propri arti. Il silenzio sulle catene dell’unione europea, che hanno soffocato l’Italia fino a stritolarla, parla di ciò che appare ancora incredibile alla maggior parte degli italiani: dell’immensa capacità di menzogna e di tradimento di coloro che stanno al governo  tanto quanto dell’immensa capacità di menzogna e di tradimento di coloro che arringano in piazza i disoccupati. Non possiamo fidarci di nessuno di quelli che possiedono anche una minima briciola di potere. Questa è l’unica sicurezza che abbiamo e dalla quale dobbiamo partire se vogliamo, come vogliamo e dobbiamo, ancora tentare di salvare l’Italia e di recuperare la libertà.

Al pari della sinistra radicale, l'afro-americano Obama condanna il colonialismo dei bianchi e abbraccia l'islam schiavista

di Andrea Tedesco
22/05/2013 20:19:15
Al pari della sinistra radicale, l'afro-americano Obama condanna il colonialismo dei bianchi e abbraccia l'islam schiavista

Il risentimento della comunità afro-americana per gli abusi subiti e la rivendicazione dei diritti negati persistono da così tanto tempo da dare l'impressione che i bianchi americani siano stati i peggiori schiavisti mai esistiti e ancora discriminino i neri negli Usa.

Come si spiega la persistenza di questi sentimenti?

Forse è giunta l'ora di "mettere nero su bianco", soddisfacendo, almeno con un gioco di parole, il desiderio di rivalsa dei neri d'America...

Come confermato dalla rielezione del presidente Obama, e dalla nomina ai vertici del potere esecutivo di altri afro-americani prima di lui, quali Colin Powell e Condoleezza Rice, gli afro-americani non soffrono più, e da molto tempo ormai, di discriminazioni significative.

Forse, allora, con le debite eccezioni, più probabili tra i militari, che nell'adempimento del proprio dovere finiscono spesso per essere vittime reali, gli afro-americani amano "giocare a fare le vittime" quando lamentano l'esistenza di una presunta discriminazione dei bianchi nei loro confronti.

Semmai, essi potrebbero forse rivelarsi vittime inconsapevoli della deformazione della realtà operata dai colossi dell'informazione, impegnati a trasformare gli errori del presidente Obama in successi strepitosi, la sua miopia politica in lungimiranza. Analogamente, la loro percezione della realtà potrebbe essere stata alterata dalla propaganda ideologica ed esplicita demonizzazione del proprio paese attuata nelle scuole e nelle università dai numerosi docenti appartenenti alla sinistra progressista e terzomondista.

Un ulteriore ostacolo a una visione a 360 gradi delle vicende umane potrebbe essere l'enfasi dei programmi scolastici sulla storia dell'Occidente e le vicissitudini che l’hanno visto protagonista di conquiste e occupazioni, con una scarsa attenzione dedicata invece all'Oriente e alla civiltà islamica. Infine, non si può trascurare la possibilità di un impatto sull'opinione pubblica delle politiche sociali di Obama, per esempio in materia di assistenza medica. 

Anticipate e tenute in debita considerazione tutte queste possibili e potenziali ragioni "attenuanti", sul cui ruolo ritorneremo al momento di tirare le conclusioni, la rielezione di Obama è di particolare interesse perché sembra smascherare il "bluff" della minoranza afro-americana in modo più esplicito. La rinnovata fiducia concessa dai cittadini americani a Obama, infatti, anzitutto smentisce i detrattori afro-americani degli USA riconfermando la verità che chiunque in America, indipendentemente dal colore della pelle, possa raggiungere qualunque posizione nella società, anche le più ambite.

L'aspetto più interessante della riconferma di Obama alla guida del paese è però l'apparente mancanza non solo di una ricaduta negativa sul sostegno elettorale causata dai gravi errori commessi da Obama in politica estera e in particolare dalle sue politiche filo-islamiche, ma anche di un minimo di critica nei suoi confronti.

L'operato del presidente Obama, sebbene disastroso, sembra restare irreprensibile agli occhi degli afro-americani.

Nonostante i principali mass media americani sembrino fare a gara per difendere le politiche della Casa Bianca, il paradosso dell'esplicito risentimento verso i bianchi e aperta simpatia verso gli islamici è sotto il naso di tutti e puzza di vittimismo e ipocrisia.

Per "mettere nero su bianco", diamo allora la precedenza ai neri e al loro risentimento verso i bianchi espresso dal viso imbronciato di Obama.

Il campione indiscusso dei neri americani, che si è identificato con il popolo nero ancora in lotta per uguali diritti fino al punto di paragonarsi a Martin Luther King Jr (http://www.thegatewaypundit.com/2011/08/good-grief-obama-plays-victim-compares-himself-to-dr-martin-luther-king-jr/), in questa veste non ha perso occasione per rievocare le sofferenze degli schiavi nelle piantagioni di cotone, le discriminazioni e le battaglie per i diritti dei neri, alludendo al fatto che molto resta da fare per la giustizia e l'eguaglianza sociale.

Inoltre, egli si è distinto per la sua propensione a screditare l'America dei bianchi inventandosi un inesistente passato coloniale, di cui si scusa con il Terzo Mondo e con l'islam in ogni occasione. Obama non ha esitato a umiliare il tradizionale alleato degli Usa, restituendo il busto di Winston Churchill al governo inglese per esprimere il disprezzo verso la Gran Bretagna, rea di aver colonizzato in passato il Kenya, paese natio di suo padre.

E ora contempliamo l'altra faccia di Obama, quella che sprizza ammirazione e simpatia per l'islam da tutti i pori.

Obama, afro-americano, eletto per ben due volte alla presidenza degli Usa con il sostegno elettorale quasi unanime dei neri d'America, sedicente "erede di Martin Luther King", nel 2009 s’inchina al cospetto e bacia la mano del re saudita, un esponente di spicco dei principali schiavisti e carnefici, passati e presenti, del popolo africano.

L'islam, infatti, oltre ad aver esercitato un ruolo decisivo nella tratta degli schiavi in passato, razziando i villaggi dell'Africa Sub-Sahariana a caccia di "merce umana" e causando la morte di milioni di persone, continua a praticare la schiavitù anche ai nostri giorni, ed è responsabile del genocidio tuttora in corso in Sudan ai danni di africani cristiani, animisti e musulmani non ortodossi, tutti indigeni e con la pelle nera.

Obama e i suoi elettori sembrano però sensibili solo alle passate e, a loro dire, anche presenti discriminazioni e persecuzioni dei bianchi ai danni dei neri.

Così, mentre in Sudan e in Nigeria proseguono senza sosta i massacri indiscriminati dei suoi fratelli neri, Obama non alza un dito, né spende una parola in loro difesa per non turbare il suo idilliaco rapporto con altri fratelli: i Fratelli Musulmani.

Nel suo storico discorso al Cairo nel 2009 Obama, proprio al cospetto di questi islamisti, inaugura la sua politica di promozione e diffusione dell'islam, che, a suo dire, avrebbe offerto un contribuito straordinario non solo alla creazione degli USA, ma anche al progresso dell'umanità.

Obama definisce l'islam "religione di pace", e mentre in Africa risuonano le urla strazianti delle donne stuprate, degli uomini bruciati, dei bambini sgozzati dai credenti più ortodossi della "religione di pace", l'illustre discendente del popolo africano, sordo alle loro disperate grida d'aiuto, si commuove descrivendo il richiamo alla preghiera del muezzin come: "One of the prettiest sounds on Earth at sunset" (uno dei suoni più dolci sulla Terra al tramonto).

In seguito, bisogna ammettere, egli interverrà a spodestare alcuni dittatori dell’Africa settentrionale, presumibilmente per liberare i popoli soggiogati, ma in realtà consegnandoli nelle mani di islamisti non dissimili dai carnefici del Sudan e molto peggiori dei tiranni precedenti. 

Il presidente Obama e i suoi elettori sembrano aver dimenticato che mentre gli Usa, del cui passato il capo della Casa Bianca non ha esitato a vergognarsi pubblicamente, crearono in Africa uno stato per gli ex-schiavi, la Liberia, dopo aver combattuto una guerra civile per la loro liberazione, gli arabi musulmani invece ridussero in schiavitù buona parte del continente africano, castrarono milioni di bambini maschi in età prepuberale da destinare agli harem, attuando un vero e proprio genocidio, a cui non hanno mai neppure tentato di porre rimedio, né fine.

Il presidente americano, in qualità di "erede di Martin Luther King", e paladino indiscusso dei diritti dei neri, invece di vergognarsi e scusarsi del passato del suo paese, avrebbe forse dovuto vergognarsi di baciare la mano del re saudita, e... il "culo" dei Fratelli Musulmani.

E altrettanto avrebbero dovuto fare anzitutto i suoi elettori afro-americani impegnati a lamentarsi delle presunte discriminazioni dei bianchi.

Invece, sorprendentemente, il sostegno incondizionato al presidente non si è neppure incrinato.

Che conclusioni possiamo trarre da questa paradossale indifferenza dei neri d’America verso le sofferenze inaudite inflitte all'Africa dall'islam?

Se escludiamo l’ipotesi che Obama sia il degno rappresentante della maggioranza degli afro-americani, dovremmo ammettere che la propaganda ideologica “islamicamente corretta” spacciata per informazione e cultura dai mass media e dal corpo docente delle scuole e delle università eserciti un potere di mistificazione della realtà ben oltre la nostra immaginazione e timori.

In realtà, è più probabile che le ragioni di questi sentimenti contraddittori includano entrambe le ipotesi esplicative suddette.

La sinistra progressista, terzomondista filo-islamica si sarebbe cioè spinta oltre il "semplice" occultamento delle persecuzioni islamiche ai danni degli africani.

Essa avrebbe anche "vittimizzato" la comunità afro-americana contagiandola con il disprezzo per la civiltà occidentale, e alimentandone così il risentimento, invece di aiutarla a lasciarsi alle spalle il passato attraverso la consapevolezza e la sottolineatura dei progressi e del prevalere delle luci sulle ombre nella storia degli Usa.

L'erede del comunismo, infatti, soffrendo di perfezionismo, non applica alla realtà il criterio di giudizio relativo del "male minore" o del "bene maggiore", ma quello assoluto della perfezione.

Essa, quindi, non si accontenta mai del cambiamento graduale in meglio delle cose, tende a enfatizzare i difetti e gli errori, piuttosto che i pregi e i successi, applicando così all'analisi della realtà e della storia un criterio di "memoria selettiva".

Questa ideologia odia la propria civiltà perché imperfetta e finisce per amare quella islamica, che ritiene una vittima innocente delle ingiustizie perpetrate dalla propria.

I suoi seguaci non riescono ad apprezzare neppure le abissali differenze tra l'America dei “posti a sedere separati” e quella di Colin Powell, Condoleezza Rice e Obama assurti alle più alte cariche dello stato: ai loro occhi l'America di oggi, poiché lontana dalla perfezione, fa schifo come quella di ieri.

Non c'è da meravigliarsi, dunque, se la sinistra dimentica il conflitto per l'abolizione della schiavitù, la fondazione della Liberia e tutti gli altri passi importanti intrapresi dai bianchi nella giusta direzione.

Il presidente Obama, ideologo di estrema sinistra, all'epoca delle lotte per i diritti dei neri americani avrebbe forse potuto indossare sul serio i panni di Martin Luther King, oggi, invece, così come buona parte dei suoi elettori, non è altro che uno "schiavo", non di bianchi razzisti, bensì di un passato che non esiste più da molto tempo ormai.

Critica al Manifesto di Paolo Savona: il problema è il debito e l'interesse creato dalle banche

di Stefano Di Francesco
22/05/2013 12:40:24
Critica al Manifesto di Paolo Savona: il problema è il debito e l'interesse creato dalle banche

E’ di questi giorni la pubblicazione di un manifesto redatto dal prof. Savona inerente l’auspicata realizzazione di un Nuovo Trattato europeo basato sulla espressa convinzione che “l’Europa ha bisogno di restare unita per contare nel mondo e fornire pace e prosperità ai suoi cittadini, ma non può farlo mantenendo l’attuale imperfetta architettura, perché entrerebbe in contraddizione con le sue stesse finalità, divenendo politicamente ingovernabile.”

Il manifesto è specificamente rivolto alle forze politiche perché lo facciano proprio e lo eleggano a base programmatica delle loro azioni legislative,discutendolo, integrandolo, modificandolo laddove necessario, ma sempre nel rispetto dell’impostazione di fondo sostanzialmente europeista tracciata dal professore.

Il prof. Savona registra correttamente come “L’unificazione europea è giunta a uno stallo e ha bisogno di riprendere la strada dalla quale va deviando; ma ha altrettanto bisogno di riformare l’architettura istituzionale che è andata affastellando sotto la spinta di circostanze interne e internazionali.”

In altri termini si può affermare che le rosee prospettive di benessere, crescita e sviluppo che avevano permeato l’avvio della stesura dei Trattati sono state clamorosamente tradite dalla realtà dei fatti, traducendosi in un complessivo peggioramento della qualità della vita dei cittadini europei.

Nel Nuovo Trattato viene esplicitamente richiesta una completa revisione dei poteri e dei compiti della BCE, rendendola quanto più simile alla Federal Reserve americana.

Si auspica una sempre maggiore integrazione delle politiche fiscali a livello europeo, la creazione di una struttura scolastica universitaria europea,lo sviluppo di normative sul lavoro omogenee, devolvendo quote di sovranità nazionale (fiscale e legislativa) alla Commissione europea ed al Parlamento europeo.

Per quanto concerne l’euro, il professore intravede la necessità di riorganizzare a livello generale il mercato globale affermando alcuni criteri essenziali quali “a) lo stesso regime di cambio per chi vuole partecipare al libero scambio secondo le regole del WTO; b) una gestione delle riserve ufficiali esistenti (e quelle che si formerebbero nel caso in cui continuasse un regime diversificato di cambi “dirty”, ossia con interventi della autorità nazionali) che passi fuori mercato, al fine di impedire le influenze negative sull’euro delle conversioni di dollari in mano pubblica; c) il passaggio a una moneta di riferimento globale degli scambi, del tipo SDR del FMI, indipendente dalle vicissitudini di una moneta nazionale, come accaduto un tempo con la sterlina inglese e, oggi, con il dollaro statunitense.”

Inoltre, anche in tema di Fiscal Compact, è considerata indispensabile una nuova interpretazione delle norme restrittive in senso non deflazionistico ( come avviene oggi), ma “facendo confluire su un fondo comune europeo gli indebitamenti nazionali in eccesso al 60%, negoziando con i rispettivi paesi le condizioni del loro rimborso nel più lungo andare a tassi accettabili, ma offrendo la garanzia necessaria per la scomparsa degli “spread” sui titoli sovrani. Le spese di investimento pubblico nelle reti di infrastrutture e nel triangolo della conoscenza (istruzione, ricerca e innovazione) cofinanziate da istituzioni europee e da privati dovrebbero essere sottratte dal vincolo del pareggio, seppure con precisi limiti quantitativi rispetto al PIL.

Insomma anche il buon professore alla fin fine è schiavo dei numeretti, delle percentuali ,di tutte quelle castronerie su cui ancora oggi si basano le politiche dei Governi europei.

Complessivamente dunque l’ipotesi di un Nuovo Trattato su cui si lavora è una nuova Europa, più forte, più unita, con maggiori limitazioni alla sovranità nazionale, dipendente sempre più da fantomatiche autority indipendenti poste al di sopra di tutto e tutti.

Niente da fare; questa voglia di “unione” va contro la storia, contro l’economia, contro la genetica.

Eppure vogliono convincerci sempre più che senza questa  unione saremmo destinati alla scomparsa, all’annientamento, politico, militare, industriale e demografico.

Si continua a non comprendere il succo della questione: il problema non è  l’UE, l’euro, l’evasione fiscale, la corruzione,l’economia sommersa,il barbiere che non fa le ricevute, il dentista che ci propone lo sconto senza fattura.

Il problema è il DEBITO e l’INTERESSE ad esso collegato. Non si vuol capire che il problema non è rappresentato in sé dall'Europa, dall'euro, dalle politiche fiscali e del lavoro differenti: il nocciolo della  questione è che dal 15 agosto del 1971 siamo entrati di fatto un una nuova era,
 quella della moneta fiat, creata a costo zero dal sistema bancario, addebitata
 alla collettività, responsabile della crescita fuori controllo del debito  ( a livello globale ogni anno si pagano interessi complessivi sul  debito totale di 100.000 miliardi di dollari contro un PIL mondiale di circa  74.000 miliardi di dollari!!!) 

 

 E' il debito che deve essere eliminato .E con esso gli interessi passivi  contratti.
 Oggi tutto il mondo, tutta la finanza e l'economia sono strutturate come uno  schema piramidale,  la cui  sopravvivenza è legata all'indebitamento del  prossimo.
 
 L'euro, il WTO, il divorzio tra Banca d'Italia e Governo, la bolla immobiliare  in USA e la crisi dei mutui sub prime, sono semplicemente una serie scellerata  ed ininterrotta di "decisioni errate" che non ha eguali nella storia; sul fatto che poi queste decisioni sbagliate siano frutto di incompetenza o malafede.... io propenderei decisamente per la seconda ipotesi. 

 Il sistema bancario va completamente ripensato e la moneta deve poter essere  spesa in ragione delle necessità degli stati nazionali, senza indebitarsi con alcuno; la  politica fiscale dovrebbe svolgere un ruolo di drenaggio per quanto concerne  l'eccesso di moneta in circolazione rispetto alla produzione.

Ma temo che non potranno essere certi “economisti” al soldo del sistema del debito a realizzare questa rivoluzione.

Come scriveva Maurice Allais (unico Premio Nobel francese per l’Economia,che essendo critico verso la globalizzazione, fu intervistato solo due volte in cinquanta anni dalla TF francese):

" perchè le cause della crisi attuale che sono presentate al pubblico francese dagli esperti denotano una loro profonda incomprensione della realtà economica ? Si tratta solo di ignoranza ? E' possibile per un certo numero di esperti, ma non per tutti. Coloro che detengono il potere di

decisione vogliono lasciare al pubblico la scelta solo tra ascoltare degli ignoranti o dei propagandisti"

Facciamo un esempio tra tanti.

Alla Columbia a NY, una delle cinque top università per l'economia, uno dei top economisti è Fred Mishkin che è stato anche assieme a Greesnpan e Bernanke alla FED, quindi uno che conta. Mishkin è stato intervistato nel documentario "INSIDE JOB" sulla Crisi Finanziaria da Charles Ferguson, che lo ha imbarazzato chiedendogli perchè aveva ricevuto 200.000 dollari dalle banche dell'Islanda per scrivere un report in cui diceva che non c'erano rischi appena prima che tutto collassasse. Dopo questo documentario la facoltà di economia della Columbia ha deciso di far pubblicare le consulenze pagate esterne dei suoi professori.

 

Questa è una lista parziale degli incarichi esterni di Mishkin:

Federal Reserve Bank of New York, Lexington Partners; Tudor Investment, Brevan

Howard, Goldman Sachs, UBS, Bank of Korea; BNP Paribas, Fidelity Investments,

Deutsche Bank,, Freeman and Co., Bank America, National Bureau of Economic

Research, FDIC, Interamerican Development Bank; 4 hedge funds, BTG Pactual,

Gavea Investimentos; Reserve Bank of Australia, Federal Reserve Bank of San

Francisco, Einaudi Institute, Bank of Italy; Swiss National Bank; Pension Real Estate

Association; Goodwin Proctor, Penn State University, Villanova University,

Shroeder’s Investment Management, Premiere, Inc, Muira Global, Bidvest, NRUCF,

BTG Asset Management, Futures Industry Association, ACLI, Handelsbanken,

National Business Travel Association, Urban Land Institute, Deloitte, CME Group;

Barclays Capiital, Treasury Mangement Association, International Monetary Fund;

Kairos Investments, Deloitte and Touche, Instituto para el Desarrollo Empreserial de

lat Argentina, Handelsbanken, Danske Capital, WIPRO, University of Calgary, Pictet

& Cie, Zurich Insurance Company, Central Bank of Chile ecc...

 

Se non si capisce questo, l’ABC del  mondo in cui si vive, non c’è trattato che valga la pena firmare, non c’è Europa per cui valga la pena lottare.

In Spagna appello intellettuali di sinistra propone di uscire dall'Euro

di www.controlacrisi.org /
21/05/2013 19:42:22
In Spagna appello intellettuali di sinistra propone di uscire dall'Euro

Dalla Spagna un manifesto sottoscritto da dirigenti politici, intellettuali e personalità della sinistra dichiara la necessità della rottura con la gabbia della moneta unica europea. Queste  personalità politiche della sinistra come Julio Anguita e Manuele Monereo, intellettuali marxisti come Miguel Riera, Joan Tafalla, Joaquim Miras  hanno sottoscritto un manifesto politico che chiede esplicitamente l'uscita della Spagna dall'euro.

Manifesto per il recupero della sovranità economica, monetaria e cittadina

USCIRE DALL’EURO

La drammatica situazione sociale ed economica in cui è sprofondata la nostra società esige una politica capace di creare le condizioni per uscire dalla crisi. È una necessità urgente. Il tempo è un dato primario per i rischi di aggravamento e degradazione che esistono, per l’enorme sofferenza sociale provocata dal persistere delle politiche di tagli, austerità e privatizzazione del pubblico.

La rete in cui siamo presi è fatta da un livello di disoccupazione catastrofico, da un indebitamento del paese con l’estero impossibile da affrontare e da un’evoluzione dei conti pubblici che porta al fallimento economico dello Stato. Oltre 6 milioni di disoccupati, oltre 2,3 miliardi di euro di passivo lordi con l’estero, e un debito pubblico di quasi un miliardo di euro, crescente e che si avvicina al 100% del PIL, sono dati che definiscono un disastro inimmaginabile, mettono in pericolo la convivenza e distruggono diritti sociali fondamentali.

Una crisi di questa portata ha cause complesse e multiple, dalla crisi generale del capitalismo finanziario agli sprechi e alla corruzione, passando per un sistema fiscale tanto regressivo quanto ingiustamente applicato, ma, anche a rischio di semplificare l’analisi per scoprire le soluzioni, bisogna attribuire all’entrata del nostro paese nella moneta unica la principale ragione di questa desolante situazione.

Come ora si riconosce, non c’erano le condizioni per stabilire una moneta unica tra paesi tanto disuguali economicamente senza accompagnarle con una fiscalità comune. La sua creazione implicava, d’altra parte, un quadro propizio all’instaurazione di politiche regressive e antisociali di tutti i tipi secondo i dettami della dottrina neoliberista, che ha avuto nella costruzione dell’Europa di Maastricht la sua massima espressione. Come si è valutato a suo tempo, lo Stato del welfare non è compatibile con l’Europa di Maastricht.

Con l’entrata nell’euro, il nostro paese ha perso uno strumento essenziale per competere e mantenere un ragionevole equilibrio negli scambi economici con l’estero, quale era il controllo e la gestione del tipo di cambio rispetto al resto delle monete. D’altra parte, c’è stata una cessione di sovranità a favore della BCE in quanto a liquidità e applicazione della politica monetaria, un’istituzione dominata fin dalle origini dagli interessi del capitalismo tedesco.

Come non poteva essere diversamente, l’arretratezza e la debolezza dell’economia spagnola rispetto ad altri paesi e la rigidità assoluta imposta dall’euro hanno condotto durante gli anni 2000 a un deficit della bilancia dei pagamenti a causa di una spesa corrente opprimente. Si sono registrati squilibri insostenibili, come pure è accaduto ad altri paesi come la Grecia e il Portogallo, catturati nella stessa trappola. Nei 14 anni trascorsi dalla creazione dell’euro nel 1999 fino alla fine del 2012, il deficit estero accumulato è stato di quasi 700 mila milioni di euro, che si è dovuto finanziare indebitandosi con l’estero. Gli enti creditizi e le imprese spagnole hanno chiesto più di un altro miliardo di euro di risorse per i propri piani d’investimento all’estero, specie in America Latina.

Fino all’anno 2008, in cui si è manifestata la crisi finanziaria internazionale, a causa delle agevolazioni straordinarie dei finanziamenti, il paese ha vissuto un sogno, come drogato, alimentando la bolla immobiliare e estraneo ai problemi che si erano generati. In quell’anno, tutto è cambiato radicalmente, i mercati finanziari di sono chiusi, dai canali non fluiva liquidità e la situazione di ciascun debitore è stata esaminata con rigore. Con il brusco cambiamento nella posizione debitoria della nostra economia nei confronti dell’estero, i passivi lordi sono passati da 540 mila milioni a fine del 1998 a 2,2 miliardi nel 2008, il paese è entrato in fallimento ed è sopravvenuta una profonda recessione che a tutti gli effetti è ancora vigente.

Il settore pubblico ne ha risentito profondamente da allora, incorrendo in un deficit esorbitante a causa della drastica caduta delle entrate, rafforzata dall’esplosione della bolla immobiliare. Lo Stato, sul quale finiscono per scaricarsi tutte le tensioni delle amministrazioni pubbliche, ha avuto necessità di centinaia di milioni di euro, ottenuti con l’emissione di debito pubblico nei mercati interni ed esterni, di fronte all’impossibilità di finanziare direttamente per mezzo delle propria autorità monetaria. Alla fine del 2007, il debito circolante dello Stato era di 307.000 milioni di euro, il 37% del PIL. Alla fine del 2012 era salito a 688,000 milioni, il 65% del PIL, e continua ad aumentare in corrispondenza dell’evoluzione deficitaria dei conti pubblici.

Da quando è stata ammessa la crisi, la politica economica ha mantenuto alcuni tratti di base inamovibili. La perdita di competitività dell’economia spagnola è servita come scusa per applicare rigorosamente le ricette neoliberiste e si è cercato di compensare con il cosiddetto “aggiustamento interno”, un processo diretto a diminuire i salari e favorire i licenziamenti per diminuire il prezzo delle merci e dei servizi spagnoli, dal momento che la via naturale e storica della svalutazione della moneta è impedita dall’euro. Restrizioni, controriforme del lavoro e tagli continui marcano la politica degli ultimi anni. D’altro canto, la cosiddetta austerità si è imposta brutalmente nella politica fiscale, come esigenza dei poteri economici, facendo della lotta contro il deficit pubblico il talismano ingannevole della soluzione alla crisi.

Questa politica ha prodotto una retrocessione sociale molto dolorosa, ha dato un impulso incontenibile alla crescita della disoccupazione e, cosa fondamentale, è inutile. Il paese scivola senza freni e precipita in un baratro profondo. Gli agenti determinanti della crisi continuano intatti, quando non peggiorano. I passivi esteri non possono diminuire senza che si registri un eccedente nella bilancia di pagamento, cosa praticamente irraggiungibile per un’economia abbastanza demolita e scarsamente competitiva, e il pesante carico di debito pubblico non smetterà di crescere fino a quando non si diluisca il deficit pubblico, cosa che lo stesso governo non riesce a scorgere. La sfiducia è generale.

La società è ad un crocevia.

Come superare il disastro? L’alternativa alla crisi difesa dalla Troika e apertamente dal PP passa per l’inasprimento dei tagli, per l’austerità e la distruzione del pubblico. L’economia spagnola, come è già successo in Grecia e Portogallo, cade nel precipizio e sprofonderà nell’abisso, con conseguenze sociali drammatiche e rischi politici di ogni segno.

Il PSOE, compartecipe attivo nell’attuale disegno economico e sociale, finge ora un disaccordo con il PP e critica la sua politica suicida, ma continua ad essere legato al criterio che l’euro è irreversibile.

Le direttive dei sindacati maggioritari, una volta appurato l’errore di calcolo commesso con il consenso critico a Maastricht, denunciano ora l’attuale stato di cose, ma non sono in condizione di proporre misure anticrisi realmente efficaci dal momento che non mettono in discussione con coerenza l’Europa costruita.

Altre forze, organizzazioni e autori di sinistra criticano l’Europa attuale e propongono cambiamenti abbastanza utopistici e progetti senza fondamento, dato il carattere non riformabile dell’Europa sorta, soprattutto dopo l’ampliamento della zona euro all’Est. Alle carenze originali della moneta unica si aggiunge il peso che esige la Germania come paese egemone e la realtà di una scomposizione dell’Europa, imprigionando alcuni paesi con debiti impagabili. L’imprescindibile e urgente necessità di rompere i vincoli dei Trattati europei non può paralizzarsi né nascondersi dietro progetti di altra natura. Per desiderabile che sia un’altra Europa, per ora non è percorribile, richiede basi molto diverse su cui fondarsi e la sovranità perduta di ciascuno Stato.

Il fallimento del progetto di costruzione dell’Europa è inoccultabile, e non è possibile determinare quando e come rovinerà l’insostenibile situazione esistente.

A noi firmatari di questo manifesto sembra chiaro che l’Europa di Maastricht non potrà sopravvivere con la sua attuale configurazione, dopo i disastri e le sofferenze che ha causato, oltre ad aver svuotato di contenuto la democrazia ed aver sottratto la sovranità popolare.

Affermiamo pure che il nostro paese non può uscire dalla crisi nel quadro dell’euro. Senza moneta propria e senza autonomia monetaria è impossibile far fronte al dramma sociale ed economico, tanto più che pure la politica fiscale è stata annullata dal Patto di Stabilità, proditoriamente costituzionalizzato.

È necessaria una moneta propria per competere e una politica monetaria sovrana per somministrare liquidità al sistema e stimolare una domanda ragionevole. E questo come prima condizione ineludibile, però non sufficiente, per poter sviluppare una politica avanzata di controllo pubblico dei settori strategici dell’economia, di nazionalizzazione delle banche, di ricostruzione del tessuto industriale e agricolo, di difesa e potenziamento dei servizi pubblici fondamentali con un potente e progressivo sistema fiscale, di ammortizzamento delle disuguaglianze e distribuzione della ricchezza, di ripartizione del lavoro per combattere la disoccupazione, di deroga delle controriforme del lavoro e delle pensioni, di rispetto vero verso l’ambiente, ecc…, e di affrontare un processo costituente che permetta di recuperare e approfondire la democrazia. Per tutto ciò bisogna lasciare da parte transitoriamente il deficit pubblico, dimenticarsi di fare proposte impossibili alla BCE e smetterla di avere nostalgia della Riserva Federale o della Banca d’Inghilterra quando si può disporre della Banca di Spagna come istituzione equivalente.

L’ammontare del debito estero è insolvibile. La maggior parte è debito del settore privato, e tocca a chi l’ha contratto risolvere i problemi che si presentino, incluso il settore finanziario, molto compromesso. Perciò rifiutiamo qualsiasi operazione di “riscatto” del nostro paese e per la stessa ragione consideriamo come debito completamente illegittimo quello contratto dallo Stato per distribuire fondi di salvezza per gli enti creditizi che non siano stati nazionalizzati.

Rispetto al debito pubblico, lo Stato deve fare una profonda ristrutturazione dello stesso (abbandono, moratoria, conversione in moneta nazionale) che allevi la pressione schiacciante che subiscono i conti pubblici. Agendo diversamente, può considerarsi come irrimediabile il fallimento del Settore pubblico.

Non ci sfuggono i problemi e la complessità dei passi che proponiamo, tra gli altri limitare la libera circolazione di capitali. E la nostra analisi non ci impedisce nemmeno di collaborare con azioni, proposte e mobilitazioni con quella parte della cittadinanza e le sue organizzazioni che, sotto effetto del bombardamento mediatico cui siamo sottoposti o per altri motivi, ancora non condivide la nostra opzione di fronte al crocevia in cui ci troviamo e la necessità di rompere il nodo gordiano dell’euro. Senza dubbio, di fronte al disastro che ci coinvolge e di fronte alle cause profonde che lo promuovono ed acutizzano, non possiamo restare zitti né evasivi. A nostro modo d’intendere, oggi la società spagnola, che è entrata in una agonia prolungata e senza speranza, non dispone di altra scelta che uscire dall’euro per impedire lo sprofondamento definitivo del paese.

Recuperare la sovranità perduta, rendere effettiva la sovranità popolare, richiede di venire fuori dai capestri che ci paralizzano, affrontare la dura realtà e dotarsi dei mezzi per tracciare un progetto di sopravvivenza che, con tutte le difficoltà, può rappresentare anche una grande opportunità per creare una società sovrana, prospera, solidale, democratica, ecologicamente responsabile e libera.

Primi firmatari:

Julio Anguita/ Sebastián Martin Recio/ Diosdado Toledano/ Héctor Illueca/ Salvador López Arnal/ Joaquín Miras/ Juan Rivera/ Miguel Riera/ Andrés Piqueras/ Miguel Candel/ Alberto Herbera/ Isabel de la Cruz/ Rodrigo Vázquez de Prada/ Manuel Muela/ Rosario Segura/ Juan Montero/ Leonel Basso/ Joan Tafalla/ Manuel Monereo/ Antonio Gil/ Manuel Cañada/ Santiago Fernández Vecilla/ Carlos Martínez/ Pedro Montes

PER ADERIRE AL MANIFESTO

http://salirdeleuro.wordpress.com/

(traduzione di Rosamaria Coppolino)

Il sistema finanziario globalizzato ci ha condannato alla piena depressione

di Stefano Di Francesco
20/05/2013 18:56:47
Il sistema finanziario globalizzato ci ha condannato alla piena depressione

Voglio rassicurarvi! Tutto procede secondo i piani. Siamo in piena depressione economica voluta dal sistema finanziario globale, siamo ottimi emettitori di titoli di stato (BTP,CCT,CTZ,..) che pagano interessi  ben superiori all’inflazione e non corriamo, per il momento, il rischio di venire buttati fuori dall’euro.

Quindi stiamo assolvendo alla perfezione al nostro compito che ci vede a livello globale tra i primi paesi produttori di “safe asset”, con buona pace dei disoccupati, degli esodati, degli scoraggiati, dei pensionati cui nulla viene da questa condizione di leadership globale. 

Ma al Governo Letta (leggasi Monti-bis) non frega niente. Loro vedono la luce in fondo al tunnel; io credo invece che vedano un tir contromano che ci investirà in pieno! Questione di punti di vista.

E’ di qualche giorno fa il seguente comunicato ISTAT: 

 

Siamo alle solite: laddove le stime del Governo  davano una riduzione del PIL per il 2013 del – 1,3%, dopo appena tre mesi  già siamo ben oltre con un -1,5 %. Il trend purtroppo non sembra voler invertire. Anzi, la stima realizzata dalla Banca d’Italia nel suo ultimo Bollettino indica un tendenziale rapporto debito/PIL al 133% alla fine del 2013, ma c’è da scommettere che andrà molto molto  peggio.

Insomma, da quando l’Italia è stata presa in cura dalla “troika” e dalle sue folli cure a base di austerity, tasse, pareggio di bilancio, il rapporto debito/ PIL è passato dal 120% al 130% attuale.

 

Non c’ è bisogno di commentare nulla. Purtroppo le cose andranno sempre peggio. Stiamo percorrendo la via in direzione sbagliata e nonostante tutti, dico tutti gli indicatori, non abbiano fatto altro che peggiorare, ancora si presentano in Tv a dirci che taglieranno l’IMU,che storneranno fondi dalla produttività per destinarli alla solidarietà (leggasi partita di giro),…

La cosa più interessante è però verificare come lo Stato, a dispetto di una severa politica di repressione fiscale, risulti incassare sempre meno tributi, come si evince dal seguente grafico:

 

Infatti, nel mese di Marzo 2013 (ma anche a Gennaio le cose non erano andate bene), le entrate fiscali si sono ridotte di ben 180 milioni di euro rispetto al mese di Marzo del 2012, nonostante la pressione fiscale sia nel frattempo salita di circa un punto percentuale. Questo significa che probabilmente, d’ora in avanti, ad un inasprimento del regime fiscale, non seguirà un incremento delle entrate per lo Stato, il che comporterà probabilmente l’adozione di misure di prelievo straordinarie ( magari una tassa sui depositi bancari stile Cipro del 25-30%)

Poveri noi.

Eurozona, pensare l'impensabile: abbandonare l'euro? Il momento in cui l'Europa dirà basta

di Thomas Catan e Marcus Walker
20/05/2013 18:00:27
Eurozona, pensare l'impensabile: abbandonare l'euro? Il momento in cui l'Europa dirà basta

(Fonte: Wall Street Journal m.europe.wsj.com/articles/SB10001424127887323398204578489261685554102; traduzione italiana a cura di Erika Di Dio www.forexinfo.it/Eurozona-pensare-l-impensabile) - La disoccupazione in Spagna è al 27%. I giovani sono in fuga dal Portogallo e dall’Irlanda. Un greco su quattro dice di avere difficoltà a pagare per il cibo.

Nonostante le condizioni di quest’era di Depressione, tuttavia, l’Europa non ha un piano concreto per riportare la gente al lavoro. Nel quadro della strategia di progettazione tedesca per sfuggire alla crisi dell’euro, i membri dell’Europa meridionale che lottano devono continuare a tagliare la spesa pubblica, ad abbassare i salari fino a quando non saranno di nuovo competitivi. Al ritmo attuale, ci potrebbe volere un decennio o più per completare il processo, in base agli studi di Goldman Sachs.

Tutta questa sofferenza porta alla domanda: c’è un punto di rottura in cui gli europei diranno semplicemente: "Basta"?

Pazienza infinita?

Certamente, gli europei hanno protestato contro l’austerità. Ma nonostante diffuse paure, nessun paese ha lasciato l’euro. Il supporto per rimanere nella moneta comune rimane alto, anche se vi è un diffuso disincanto nei confronti dell’Unione europea. Oltre il 60% di spagnoli, greci, italiani e francesi vuole mantenere la moneta comune, secondo un sondaggio pubblicato questo mese dal Pew Research Center.

I profeti della sventura dell’euro, che prevedevano che la Grecia avrebbe abbandonato la moneta unica lo scorso anno hanno apparentemente sottovalutato la volontà degli europei a sopportare anni di difficoltà, piuttosto che scommettere su di un’uscita. Ma i funzionari europei che puntano alla stabilità del sentimento pro-euro potrebbero fare l’errore opposto.

Le riserve di pazienza degli Europei sono profonde, ma sicuramente non infinite.

"Solo l’enormità di abbandonare l’euro ha finora militato contro un aumento nel sostegno verso un’uscita dall’euro stesso", dice Simon Tilford, capo economista presso il Center for European Reform di Londra. Non appena le persone si renderanno conto del fatto che non c’è luce alla fine del tunnel, però, "probabilmente inizieremo a vedere un dibattito più aperto circa i costi e i benefici del rimanere nella moneta unica," dice. "E una volta che si accenderà il dibattito, le cose potrebbero cambiare abbastanza rapidamente".

Il caso dell’Argentina

Questo è giù accaduto in passato. Come i paesi che hanno aderito alla zona euro, l’Argentina negli anni ’90 rinunciò al controllo sulla propria moneta, fissando il tasso di cambio della valuta alla parità con il dollaro. Ciò riuscì a domare l’iperinflazione, ma portò anche ad un indebitamento esagerato in dollari che spinse in alto salari e costi aziendali. Come l’Europa meridionale oggi, l’Argentina divenne profondamente non-competitiva e la valuta del paese non riusciva più a rendere i suoi beni attraenti all’estero.

Come i membri dell’euro oggi, l’Argentina ha dovuto sorridere e resistere fino a quando i salari e i prezzi non sono scesi abbastanza perché il paese diventasse di nuovo competitivo. La saggezza popolare a quel tempo era che gli argentini avrebbero sopportato qualsiasi difficoltà pur di continuare ad utilizzare il dollaro statunitense, dopo essere stati così scottati da decenni di caos politico ed economico.

"La svalutazione non è un’opzione in Argentina", disse al momento un economista della Banca Mondiale. "Con un livello così alto di dollarizzazione, una svalutazione sarebbe troppo costosa".

Tecnicamente, l’Argentina aveva una propria moneta a cui poter tornare, ma abbandonare la parità con il dollaro era vista come troppo straziante da intraprendere, perché quasi tutti i debiti e i contratti aziendali erano nella valuta statunitense. Dopo tre anni di recessione, tuttavia, gli argentini decisero in massa che qualunque cosa sarebbe venuta dopo non sarebbe mai potuta essere peggiore della depressione infinita necessaria per mantenere i loro pesos intercambiabili con i dollari.

In una mite serata di dicembre 2001, la classe media si riversò per le strade di Buenos Aires, in un’esplosione di rabbia. Rivolte in tutto il paese spazzarono via il governo dal potere. L’Argentina andò in default subito dopo, e poi il paese abbandonò il "gancio" della sua moneta al dollaro.

Avvertimento per l’Europa

Quanto è simile la situazione del sud Europa oggi? L’economia argentina aveva subito una contrazione di circa l’8% nei tre anni precedenti la rivolta. Entro la fine di questo anno, le economie di Italia e Portogallo si saranno ridotte di circa l’8% rispetto al loro picco, la Spagna di circa il 6% e la Grecia di oltre il 23%, secondo il Fondo Monetario Internazionale.

I responsabili politici dell’UE confortevoli con l’apparente popolarità dell’euro dovrebbero considerare che anche gli argentini sostenevano ampiamente il dollaro fino al momento in cui sono esplosi. In un sondaggio pubblicato nel dicembre 2001, lo stesso mese in cui gli argentini sono insorti, solo il 14% diceva che il regime di moneta doveva essere abbandonato, il 62% invece voleva mantenerlo. Questa è praticamente la stessa percentuale di spagnoli e greci che dicono di voler mantenere l’euro oggi.

L’Argentina, con i suoi alti e bassi dalla svalutazione, non è un modello per l’Europa. Piuttosto, è un avvertimento.

Alla fine del 2001, il ministro dell’economia argentino definì il legame del paese al dollaro "un’istituzione permanente", il cui crollo impensabile avrebbe causato "la dissoluzione delle istituzioni di base dell’economia e della società." Un mese dopo era sparito.

Coloro che dicono che il rischio di uscita dall’euro sia stato eliminato dovrebbero prendere in considerazione altri momenti in cui le persone definivano sacro un regime di moneta, fino a quando non hanno deciso di spazzarlo via.


Traduzione italiana a cura di Erika Di Dio. Fonte: Wall Street Journal

A Colle Val D'Elsa la nuova moschea "italiana" megafono dell'integralismo islamico

di Magdi Cristiano Allam
19/05/2013 09:17:31
A Colle Val D'Elsa la nuova moschea

(Il Giornale) - Finalmente abbiamo una moschea italiana! Voluta dagli italiani anticipando le stesse pretese degli islamici, gestita dagli italiani in combutta con gli islamici, finanziata dagli italiani unitamente agli islamici, con un imam (guida religiosa) italiano convertito dagli islamici. La moschea di Colle Val D'Elsa, di prossima inaugurazione, incarna la scelta suicida dell'Italia ideologicamente collusa con l'islam di allearsi con il proprio aspirante carnefice, votandosi a vittima sacrificale sull'altare del relativismo, del buonismo, del filo-islamismo e del più spregiudicato materialismo.

Stiamo assistendo, per molti inconsapevolmente per altri irresponsabilmente, all'evoluzione della specie dell'islamicamente corretto in Italia. All'inizio c'è stata la Moschea di Segrate, la prima con cupola e minareto, concessa in ambito locale in ossequio alla volontà della comunità islamica straniera di mettere radici nel nostro Paese. Dopo è sorta la Grande Moschea di Roma, finanziata dall'Arabia Saudita, voluta in ambito nazionale dalla classe politica che ha governato nella Prima Repubblica come monumento alla scelta dell'Italia di allearsi e di sottomettersi ai detentori del dio petrolio sulle altre sponde del Mediterraneo. Ora, finalmente, nel contesto della globalizzazione ispirata dal multiculturalismo e dalla finanza speculativa, si inaugurerà la Moschea di Colle Val D'Elsa voluta ed amministrata da un'istituzione pubblica italiana, il Comune (gestito da sempre dai comunisti e dai loro discendenti), finanziata con complessivamente 500 mila euro da una banca italiana, il Monte dei Paschi di Siena, per il tramite della sua Fondazione (anch'essa nelle mani dei comunisti e dei loro discendenti). Così come sarà la prima moschea che in Italia rappresenterà e fungerà da cassa di risonanza della cosiddetta “Primavera araba”, la più colossale menzogna mediatica che ha consentito l'avvento al potere degli integralisti e degli estremisti islamici proprio di fronte a casa nostra, accettando generose donazioni del Qatar e dell'Arabia Saudita (il costo complessivo della moschea è di 1,5 milioni di euro), che sono proprio quelli che finanziano i terroristi islamici che stanno massacrando cristiani e minoranze islamiche non sunnite.

Sono stati prima Marco Spinelli, sindaco Ds a Colle dal 1994 a 2004, e poi il suo successore Paolo Brogioni, emblema del nascente catto-comunismo che ha contrassegnato la Seconda Repubblica, nella loro veste di membri della Fondazione del Monte dei Paschi di Siena a volere a tutti i costi la moschea, promuovendo la concessione dei 500 mila euro a fondo perduto (di cui 300 mila per la moschea e 200 mila euro per la riqualificazione dell'area circostante), offrendo metà della superficie del parco comunale San Lazzaro nel quartiere Abbadia (3.200 metri quadrati) alla sedicente “Comunità musulmana di Siena e provincia”, affidando e pagando lo studio di fattibilità all’architetto tarantino Danilo Raccuja, convertito all’islam, bocciando due referendum promossi dai cittadini di Colle perché la costruzione della moschea non avrebbe un “interesse generale in quanto trattasi di un progetto presentato da un soggetto privato portatore di diritti definitivi meritevoli di tutela secondo i principi civilistici della buona fede”, anche se poi contraddicendosi il Comune ha deciso di non incassare gli oneri di urbanizzazione e costruzione e di fissare un canone d’affitto del terreno poco più che simbolico.

I nostri alleati islamici sarebbero “un soggetto privato portatore di diritti definitivi meritevoli di tutela secondo i principi civilistici della buona fede”? Ma lo sanno tutti che dietro alla sigla “Comunità dei musulmani di Siena e provincia”, che ha sottoscritto con il Comune l’accordo per la costruzione della moschea, si cela l’Ucoii, ideologicamente affiliati ai Fratelli Musulmani, quelli che con la sigla Hamas praticano il terrorismo suicida, che in Siria sono responsabili di efferati stragi, che in Egitto mirano all'eliminazione dei cristiani. E’ scritto chiaro e tondo nell’articolo 2 dello statuto allegato all’atto costitutivo della “Comunità dei musulmani di Siena e provincia”, registrato a Poggibonsi presso lo studio del notaio Andrea Pescatori il 17 marzo 1999 (n. 217, serie 1, versate L. 260.000): “L’Associazione aderisce all’Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia (Ucoii)”.

In un'intervista al settimanale New Yorker del maggio 2006, Oriana Fallaci disse: “Non voglio vedere questa moschea molto vicina alla mia casa in Toscana, non voglio vedere un minareto di 24 metri nel paesaggio di Giotto quando io non posso neppure indossare una croce o portare una Bibbia nel loro Paese! Se sarò ancora viva andrò dai miei amici anarchici a Carrara e con loro prendo gli esplosivi e la faccio saltare in aria!”.

Povera Oriana! Dobbiamo prendercela innanzitutto con noi stessi! Il caso della moschea di Colle Val D'Elsa ci fa toccare con mano che siamo noi il nostro principale nemico, che prima di preoccuparci del terrorismo islamico dobbiamo occuparci della nostra vocazione al suicidio della nostra civiltà. Dopo l'offensiva politica e mediatica a favore dello ius soli, della depenalizzazione del reato di ingresso illegale, della messa al bando della parola “clandestino”, dell'esaltazione dell'immigrazionismo con l'apertura incondizionata delle nostre frontiere, con l'inaugurazione della prima moschea italiana stiamo facendo un ulteriore passo in avanti in direzione del baratro. Ed allora riscattiamo il nostro diritto e dovere ad essere pienamente noi stessi a casa nostra rivendicando sia le dimissioni del ministro dell'Integrazione Kyenge che dice “non potrei essere interamente italiana”, sia lo stop alle moschee che promuovono l'ideologia islamica intrisa di odio, violenza e morte. Stop alle moschee!

twitter@magdicristiano

L'Italia prenda esempio dal Giappone: la sovranità monetaria per rilanciare la crescita economica

di Flavio Facioni
17/05/2013 17:29:39
L'Italia prenda esempio dal Giappone: la sovranità monetaria per rilanciare la crescita economica

La politica monetaria e fiscale fortemente espansiva del Giappone, denominata Abenomics e voluta dal Premier Shinzo Abe insediatosi alla guida del Paese nello scorso dicembre, inizia a dare i suoi frutti.

In totale controtendenza rispetto alle politiche di austerità europee, infatti, il Giappone ha promosso una serie di misure che mirano a una rapida crescita economica e che grazie anche alla svalutazione dello yen hanno permesso di raggiungere un rialzo del Pil nel primo trimestre del 2013 pari allo 0,9% sui tre mesi precedenti e del 3,5% su base annualizzata, addirittura oltre rispetto alle previsioni fissate rispettivamente allo 0,7% e al 2,8%.

Il ministro delle Politiche economiche e fiscali Akira Amari ha spiegato che questo altro non è che l'inizio di una ripresa che porterà a fine anno a una crescita del 2,5%.

Tutto ciò è stato possibile grazie alla decisione del Premier Abe che ha disposto un rilascio di liquidità pari a oltre mille miliardi di dollari, contestualmente a una svalutazione dello yen, con l'obiettivo di mantenere il tasso di inflazione pari al 2%.

Intanto si è registrata anche una notevole crescita dei listini della Borsa di Tokyo giunti ai massimi da dicembre 2007 (+44% nel 2013).

Queste misure hanno innescato una spirale di crescita produttiva, di esportazioni e di nuovi consumi che sono aumentati complessivamente dello 0,9%, con le famiglie che hanno speso il 5,2% in più nel mese di marzo nel 2013 e con le vendite dei prodotti di largo consumo aumentate del 3,9%.

Insomma, le performance dell'economia Giapponese nel primo trimestre del 2013 sono state addirittura superiori rispetto a quelle dell'economia americana e sono distanti anni luce rispetto alla recessione dei Paesi dell'Eurozona tra cui la Francia con un calo del -0,2% e dell'Italia che sprofonda a -0,8%.

Emergono dunque in modo lampante le differenze tra i due differenti modelli economici, europeo e giapponese, soprattutto se si tiene in considerazione il fatto che nel Paese nipponico il rapporto tra debito pubblico e Pil è pari al 236% e il deficit al 10%. Valori questi che sarebbero eccessivi per tutti i limiti imposti dai trattati europei e di cui tuttavia il Giappone non tiene conto.

Forti della propria sovranità monetaria, della possibilità di emettere moneta e svalutarla regolando la propria inflazione i giapponesi riescono a dare impulso vitale alla propria economia reale, senza subire continuamente le imposizioni e le limitazioni derivanti dalla finanza speculativa.

L'Europa e l'Italia dovrebbero prendere esempio dalla realtà giapponese, accettare il fallimento delle politiche di rigore e di austerity e uscire dalla spirale recessiva ripartendo dal riscatto della sovranità monetaria. Solo così l'Italia potrà tornare a essere finalmente artefice del proprio destino.

Una chiacchierata con Magdi Cristiano: ospite Susy De Martini (23/05/2013)

di Io amo l'Italia
23/05/2013 11:33:13
Postato il 23/05/2013 11:33:13 in Video

A difesa dei balneari e contro la Direttiva Bolkenstein: lettera dei parlamentari europei al Governo

di Fabrizio Licordari
23/05/2013 10:42:39

Ai Sigg. Componenti la Giunta di Assobalneari Italia -loro sedi- e p.c.

Alle Territoriali Federturismo - Confindustria-loro sedi-
Cari Colleghi questa la importante nota sottoscritta da 32 Parlamentari Europei indirizzata ai ministri Milanesi (affari europei), Delrio (affari regionali), Bray (turismo) e Zanonato (sviluppo economico), mentre il nostro collega Marcello Di Finizio ha nuovamente manifestato per richiamare l' attenzione sulla nostra questione.
 Giudico questa nota molto importante poichè solo con la continua pressione possiamo sperare di migliorare la nostra posizione.
 Avere questa determinazione da parte dei nostri parlamentari europei è un segnale che dobbiamo interpretare positivamente. 
 Tra breve ci saranno le elezioni per il Parlamento europeo, e per noi sarà molto importante saper scegliere chi sarà a doverci rappresentare per portare avanti le nostre istanze.
 Richiamo infine la vostra attenzione sul passaggio che sottolinea l' importanza della Federazione europea del nostro comparto (E.Fe.B.E.) che ci siamo impegnati a costituire. Un cordiale saluto
Fabrizio Licordari
 
STRASBURGO – Preg.mo Ministro, la notizia dell'ennesima protesta da parte dell'imprenditore triestino del settore balneare, Marcello Di Finizio, non può lasciarci indifferenti e ci richiama alle nostre responsabilità per dare finalmente una soluzione all'annosa questione delle concessioni demaniali marittime. 
Inutile ricordarle che il settore balneare italiano, con tutto l'indotto, rappresenta un'importante ricchezza per il nostro Paese e merita, pertanto, tutta la nostra attenzione e il nostro sostegno. 
Purtroppo, dopo lunghi anni di negoziati e discussioni, ad oggi gli imprenditori del settore non possono ancora godere di un quadro giuridico definito entro il quale operare. Da ultimo, il decreto legislativo di riordino della materia, che il Parlamento aveva affidato al Governo, non é stato elaborato nei termini previsti, e ciò non fa altro che perpetrare la situazione di incertezza per gli operatori, già fortemente penalizzati dalla crisi economica. La scelta di concedere una ulteriore proroga al 2020, in favore delle concessioni esistenti, è una soluzione insufficiente, perché blocca ancora gli investimenti e la programmazione dell'attività delle imprese.
Con l'insediamento del nuovo Governo, la speranza è quella che si metta in campo, senza indugio, una nuova strategia per il rilancio del settore, anche nell'ambito delle politiche per il turismo, che possa rappresentare l'impulso a nuovi posti di lavoro e al rafforzamento del mercato italiano.
Qualche mese fa, i deputati italiani al Parlamento europeo hanno incontrato il commissario al mercato interno, Michel Barnier, che ha mostrato disponibilità e apertura per individuare una soluzione in tempi rapidi. Ora è necessario riaprire immediatamente il dialogo a livello nazionale, con le associazioni di categoria dei balneari che stanno facendo molti sforzi - da ultimo con l'istituzione di un'associazione europea di rappresentanza del settore - e all'interno della Conferenza Stato-Regioni, per dare attuazione a una vera concertazione che permetta il superamento degli ostacoli che finora hanno impedito il raggiungimento di un'adeguata soluzione e la tutela di tutti gli interessi in gioco. 
La invitiamo, pertanto, a farsi portavoce nel Consiglio dei Ministri, assieme ai suoi colleghi Ministri del Turismo, degli Affari Regionali e dello Sviluppo Economico, delle istanze che provengono dal settore dei balneari. Da parte nostra, le riconfermiamo tutta la nostra disponibilità per aiutare il dialogo e il raggiungimento di questo importante obiettivo per il nostro Paese. Cordialmente.
 
I deputati al Parlamento europeo: Lara Comi, Roberta Angelilli, Giovanni La Via, Carlo Fidanza, Susy De Martini, Aldo Patriciello, Giommaria Uggias, Oreste Rossi, Vincenzo Iovine, Ciriaco De Mita, Clemente Mastella, Marco Scurria, Matteo Salvini, Magdi Cristiano Allam, Antonio Cancian, Mara Bizzotto, Giuseppe Gargani, Lorenzo Fontana, Antonello Antinoro, Claudio Morganti, Cristiana Muscardini, Franco Bonanini, Andrea Cozzolino, Paolo Bartolozzi, Alfredo Pallone, Iva Zanicchi, Barbara Matera, Licia Ronzulli, Francesca Barracciu, Giancarlo Scottà, Enzo Rivellini, Salvatore Iacolino
 
Postato il 23/05/2013 10:42:39 in Imprenditori balneari

Soldato ucciso con machete a Londra

di Ansa .
22/05/2013 20:32:51

Un soldato in servizio e' stato ucciso da due uomini armati, che hanno urlato 'Allah Akbar'

Orrore e paura nel pomeriggio a Woolwich, nel sud est di Londra. Un soldato in servizio e' stato decapitato da due uomini armati di machete, che potrebbero essere integralisti islamici. La vittima e' stata prima immobilizzata e poi uccisa. Durante l'attacco sono state utilizzate diverse armi, tra cui - si pensa al momento - anche un'arma da fuoco. I due uomini sono stati feriti dalle forze di polizia che sono subito intervenute.

Il fatto e' avvenuto oggi pomeriggio a pochi metri da una caserma della Royal Artillery, reparto di artiglieria di sua maesta'. Secondo un testimone, citato da Sky News, l'uomo ucciso indossava una t-shirt dell'associazione di volontariato 'Help for Heroes', che aiuta i militari feriti in battaglia. 

L'attacco sarebbe di matrice islamica. La polizia di Londra ha affermato che i due aggressori avrebbero cercato di filmare l'assassinio.

Secondo Bbc, che cita fonti governative, gli autori urlavano 'Allah Akbar'. 

L'immagine di un nero con le mani insanguinate che impugna una mannaia e un coltello compare sul sito dell'emittente televisiva britannica Itv, che afferma di essere in possesso di un filmato in cui l'uomo, che si sospetta essere uno degli autori dell'attacco nel sud di Londra in cui un soldato è stato ucciso, parla guardando dritto nella telecamera pronunciando frasi come: "Nel nome del grande Allah, non smetteremo di combattervi".

Gli autori dell'attacco oggi nel sud di Londra in cui un soldato è stato ucciso "chiedevano ai passanti di fotografarli", secondo una testimonianza riferita dalla Bbc. Lauren Collins ha raccontato che era appena scesa da un autobus quando si è accorta che per terra giaceva il corpo di un uomo. Quelli che con tutta probabilità erano gli autori dell'attacco chiedevano intanto ai passanti di fotografarli.

Il ministro britannico degli Interni Theresa May ha confermato di essere stata aggiornata dal responsabile dei servizi di sicurezza (MI5) parlando di un episodio "barbaro e raccapricciante". E il primo ministro britannico David Cameron sarà di ritorno a Londra da Bruxelles già questa sera. Cameron è al momento in viaggio verso Parigi da Bruxelles dove ha preso parte al Consiglio europeo. E' prevista comunque una conferenza stampa del primo ministro a breve a Parigi. 

Postato il 22/05/2013 20:32:51 in No islam

Olanda riconosce la poligamia: celebrata la prima unione legale

di VoxNews
22/05/2013 20:14:51

E’ l’esito logico dell’approvazione delle unioni omosessuali. Venerdì scorso in Olanda è stata riconosciuto ufficialmente il primo caso di poligamia “legale” in Europa. Victor de Brujin (46 anni) ha sposato sia Bianca (31 ani) che Mirjan (35 anni) in una cerimonia davanti a un notaio che ha registrato la loro unione civile. 

“Amo sia Bianca che Mirjam, così le sposo tutte e due”. Questo ha dichiarato Victor de Brujin di 46 anni. E così l’Olanda fa un altro passetto verso il baratro. Lui le “ama” tutte e due.

Già coniugato con Bianca, due anni fa ha incontrato Mirjam in una chat. Lei ha lasciato suo marito per sposarne un altro già sposato.

“Mirjam e Bianca sono bisessuali. Con due donne eterosessuali sarebbe stato più difficile”. Insomma, un “triello”. E d’ora in poi saranno possibili tutte le combinazioni a piacere, come un gioco – un triste gioco – ad incastro.

“Un matrimonio fra tre persone non è possibile in Olanda, ma un’unione civile sì. Siamo andati dal notaio, vestiti da sposi, e abbiamo scambiato gli anelli. Pensiamo che questo sia solo un normale matrimonio”.

Olanda e Belgio sono stati i primi Paesi a dare pieni diritti di matrimonio agli omosessuali, aprendo così la strada a forme legali diverse dal matrimonio fra un uomo e una donna. Ecco, quando apri il vaso di Pandora, esce tutto. Non ci si limita ai matrimoni gay, perché una volta scritto per legge che “il matrimonio non è esclusivamente tra un uomo e una donna”, si apre la pertugio che poi diventa una voragine, da cui passa qualunque cosa. Diventa infatti impossibile, discriminare tutte le altre perversioni gusti e non permettere la poligamia, la pedofilia, l’incesto e il sesso con gli animali.

Postato il 22/05/2013 20:14:51 in No islam

Crema, sala dei Ricevimenti di palazzo comunale. 'Islam e Moschea', giovedì 23 maggio incontro pubblico con Magdi Allam. Organizza la Lega Nord

di www.cremaonline.it /
22/05/2013 20:09:14

Crema - In merito al dibattito sulla possibilità di insediamento di un 'centro culturale arabo' in città, la Lega Nord ha organizzato per giovedì 23 maggio, alle ore 20.45, presso la Sala dei Ricevimenti del Comune di Crema un incontro pubblico al quale parteciperanno la senatrice Silvana Comaroli ed il consigliere Regionale Federico Lena. Ospite d'onore Magdi Cristiano Allam, presidente del movimento politico Io amo l'Italia.

 
"Nessun documento ufficiale
"In questi mesi - spiegano dal Carroccio, da subito contrari sull'iniziativa - poco o nulla è trapelato dal Palazzo Comunale sul reale progetto che si vorrebbe realizzare nel quartiere di Ombriano, nessun documento ufficiale è arrivato all'attenzione dei consiglieri comunali, anzi, abbiamo assistito ad un 'balletto semantico' sul nome corretto col quale indicare l'insediamento: centro culturale arabo o islamico, moschea o musalla".
 
L'ospite d'onore
"Per entrare pienamente nel merito della questione e comprendere di cosa realmente si cela dietro queste 'definizioni', la sezione cittadina della Lega Nord ha deciso di organizzare una serata di approfondimento sul tema 'Islam e Moschea' alla quale ha dato la propria adesione una persona che più di molti altri conosce il tema: Magdi Cristiano Allam, presidente del movimento politico Io amo l'Italia fondato il 28 novembre del 2009, deputato del parlamento europeo dal luglio 2009, presente come soggetto politico indipendente nel Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia (Eld).
 
Giornalista e scrittore
E' stato vicedirettore ad personam del quotidiano Corriere della Sera dal 2003 al 2008, dopo aver ricoperto la carica di editorialista e inviato speciale del quotidiano La Repubblica dal 1996. E' laureato in Sociologia all'Università La Sapienza di Roma. Per la Mondadori ha pubblicato: Europa Cristiana Libera (2009); Grazie Gesù (2008); Viva Israele (2007); Io amo l'Italia (2006); Vincere la paura (2005); Kamikaze Made in Europe (2004); Bin Laden in Italia (2003); Saddam (2003); Diario dall'islam (2002).
 
Riconoscimenti
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il Premio Saint- Vincent di giornalismo, l'Ambrogino d?oro del Comune di Milano, il Premio internazionale Dan David e il Mass Media Award dell'American Jewish Committee. Nato al Cairo nel 1952 ha studiato presso le suore comboniane e i sacerdoti salesiani. Vive in Italia dal 1972 ed è orgogliosamente cittadino italiano dal 1987.
 
Postato il 22/05/2013 20:09:14 in Dicono di Noi

‘Islam e moschea’, la Lega raccoglie ancora firme e ne parla con Magdi Allam

di www.cremaoggi.it /
22/05/2013 20:00:44

Continua la lotta della Lega Nord contro l’insediamento di un luogo di culto per i musulmani in città. Una battaglia iniziata fin dal primo momento, quando si era diffusa la voce che si volesse realizzare in città una moschea. Ma anche se di moschea non si tratterà, ma di un semplice luogo dove le persone di fede islamica residenti in città potranno incontrarsi per pregare, il Carrocio ha continuato la sua battaglia, esprimendo con forza la sua contrarietà a qualsiasi luogo di preghiera, moschea o luogo di culto che sia, per i musulmani.  Nell’ultimo fine settimana, in contemporanea con la raccolta firme contro la cancellazione del reato di ingresso clandestino nel paese, a i gazebo organizzati a Crema dalla Lega Nord era infatti ancora possibile sottoscrivere la petizione popolare contro l’ipotesi di insediamento di un centro culturale arabo in città.

“Numerosi – spiega il segretario Dino Losa – sono stati i cittadini che hanno posto la loro firma in calce alle petizioni proposte. In particolare molta attenzione ha raccolto quella inerente la problematica sul centro culturale che l’amministrazione comunale vorrebbe insediare nel quartiere di Ombriano. Una petizione sarà consegnata all’attenzione del sindaco Stefania Bonaldi i primi giorni della prossima settimana”. Quante siano le firme il segretario Losa non lo sa ancora quantificare. “Non so ancora – risponde – perché molti moduli di raccolta firme non sono ancora stati riconsegnati. Tra qualche giorno sapremo quantificare”.

I cittadini potranno firmare la petizione durante la serata di approfondimento sul tema “Islam e moschea” alla quale prenderà parte anche Magdi Cristiano Allam, presidente del Movimento politico Io amo l’Italia. L’incontro al quale prenderanno parte anche la senatrice Silvana Comaroli e il consigliere regionale Federico Lena, si terrà giovedì 23 maggio alle 20,45 in sala dei Ricevimenti.

http://www.cremaoggi.it/2013/05/islam-e-moschea-la-lega-raccoglie-ancora-firme-e-ne-parla-con-magdi-allam/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=islam-e-moschea-la-lega-raccoglie-ancora-firme-e-ne-parla-con-magdi-allam

Postato il 22/05/2013 20:00:44 in No islam

Ue: 800 cittadini europei combattono a fianco dei ribelli siriani

di \ www.imolaoggi.it
22/05/2013 14:27:18

22 MAG – Circa 800 cittadini europei combattono attualmente in Siria a fianco dei ribelli contro il regime di Bashar al Assad. Lo scrive Le Figaro, citando stime di un diplomatico dell’Ue, confermate da un dirigente dell’opposizione siriana. Tra i combattenti, di cui alcuni hanno raggiunto le fila del gruppo jihadista Jabhat al Nusra, ci sarebbero un centinaio di francesi, altrettanti britannici, 50-70 belgi, numerosi tedeschi per lo piu’ di origine turca, irlandesi, kosovari e danesi.

Siria: Nelle milizie islamiche ci sono oltre 100 europei che hanno risposto a chiamata al jihad

Siria, vescovo Aleppo accusa Usa e denuncia: islamisti anche dal Belgio

Minacciati dai combattimenti, una quarantina di loro ha cominciato a fuggire in Turchia. Ma il loro eventuale rientro in Europa, dopo un addestramento estremista, preoccupa i servizi antiterrorismo. L’ultima stima di combattenti europei in Siria, fornita un mese fa dal coordinatore dell’antiterrorismo Ue, Gilles de Kerchove, parlava di 500 persone. (ANSAmed).

CHISSA’ SE GLI 800 EUROPEI SONO FRA QUESTI

ATTENZIONE! IMMAGINI FORTI NON ADATTE A MINORI

Postato il 22/05/2013 14:27:18 in No islam

Francia: Frate pestato selvaggiamente da 4 musulmani, fedeli minacciati

di \ www.imolaoggi.it
22/05/2013 14:24:47

(Fonte: http://www.imolaoggi.it/?p=50517) - 16 magg – Frate brutalmente aggredito ad Avignone. L’arcivescovo accusa l’islamizzazione e Marion Le Pen denuncia il razzismo anti-bianchi e anticristiano.

Picchiato selvaggiamente e ancora segnato dalle botte, Padre Gregorio, della parrocchia di Saint Ruf ad Avignone racconta: “Ero in abiti religiosi, sapevano perfettamente chi sono e mi hanno preso a calci e pugni. Non hanno rispetto”.

Di chi parla? Non lo vuole dire, ma i suoi confratelli parlano di 4 giovani e l’arcivescovo Cattenoz, più tardi, è molto più chiaro: “Adesso basta, come responsabile di questa diocesi dico che bisogna finirla! Questo quartiere cade progressivamente nelle mani dei musulmani”.

I monaci esasperati continuano: “I parrocchiani sono minacciati e derubati anche all’interno della chiesa e noi monaci veniamo insultati, minacciati e derisi. Per non parlare dei furti e delle richieste di pagare il pizzo”.

Jacques Bonpard, sindaco di Orange e capo della Ligue du Sud parla di “un atto di razzismo contro i cattolici che è la conseguenza dell’odio propagato da certi islamisti conto tutto quello che è francese”.

Marion Le Pen, sottolineando che Avignone è la città dei Papi, ha rincarato la dose: “ Dopo l’apparizione del razzismo anti-bianchi, negato dal governo, ecco una nuova forma di discriminazione: l’odio anticristiano. Mi piacerebbe che il ministro dell’interno condanasse i razzisti anti-cristiani con lo stesso vigore e sdegno con cui attacca i cosiddetti isalmofobi.
Questi sono atti di disprezzo verso la Francia fatti da giovani immigrati, ormai francesi, che rifiutano le nostre norme sociali e s’identificano nell’islam fondamentalista”. Fonte: mattinonline

Postato il 22/05/2013 14:24:47 in Ali di Libertà

Kyenge si rifiuta di stringere la mano al capogruppo della Lega a Milano

di corriere .it
22/05/2013 14:21:58

Postato il 22/05/2013 14:21:58 in Video
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