01/03/11

Il precariato nella scuola: uno sfruttamento che non giova a nessuno

di Giuseppina De Giosa

Ogni anno si assiste ad un cambiamento di insegnanti assegnati in molte scuole di ogni ordine e grado. Capita così che difficilmente un alunno abbia la “fortuna” di essere seguito per un intero ciclo scolastico da un team di docenti che rimanga costante nel tempo. Ciò ovviamente ha notevoli ripercussioni sul piano didattico ed educativo, perché vengono limitate nelle loro azioni le potenzialità della scuola, che rappresenta con sempre maggiore difficoltà -per una complessità di motivi- un riferimento solido per i ragazzi.

Ma come mai c’è questo ricambio continuo e frenetico di insegnanti ogni anno? Perché molti docenti, in particolare non di ruolo, ossia precari, vengono spinti a spostarsi da una scuola all’altra, a discapito della auspicabile continuità didattica?

Il meccanismo di reclutamento degli insegnanti con contratto a tempo determinato è davvero molto complesso. Esso si avvale di una graduatoria provinciale, detta ad esaurimento, che comprende gli insegnanti che hanno conseguito una abilitazione all’insegnamento tramite concorso, corso abilitante o specializzazione universitaria, in cui i docenti sono inseriti in base ad un punteggio maturato sostanzialmente con l’esperienza ed i titoli. Vi sono inoltre delle ulteriori graduatorie dette di istituto in cui sono inseriti i docenti non abilitati, ma che comunque possiedono il titolo di studio (laurea o diploma) specifico per l’insegnamento di ciascuna materia, e considerati per le supplenze in seconda istanza. Poco prima dell’inizio di un nuovo anno scolastico, ci sono le convocazioni dei docenti sulle cattedre annuali scoperte a disposizione, ossia sui posti non coperti da alcun docente di ruolo e perciò disponibili. Molte di queste disponibilità potrebbero essere colmate in modo definitivo mediante assunzione stabile del personale, ma ciò accade solo per un numero davvero esiguo di casi: il risultato è che moltissime cattedre disponibili rimangono “fluttuanti” ed ogni anno assegnate a docenti diversi, in base allo scorrimento delle graduatorie, alla loro composizione ed alle scelte contingenti dei diretti coinvolti.

A rendere il quadro della situazione ancora più grave, vi è un vero e proprio trattamento discriminatorio dei docenti precari rispetto a quelli di ruolo. Gli ambiti in cui gli uni sono discriminati rispetto agli altri sono molteplici: il diverso trattamento economico, anche in caso di malattia, il differente riconoscimento dell’anzianità di servizio, i permessi  per motivi personali o per motivi di famiglia o per partecipare a concorsi o esami che solo nel caso dei docenti a tempo determinato – che ne avrebbero più bisogno, data la precarietà del lavoro- non vengono retribuiti ed interrompono di fatto il contratto, persino il trattamento pensionistico. In pratica i precari della scuola hanno gli stessi doveri  e svolgono le stesse mansioni dei colleghi di ruolo, nella quantità e nella qualità, ma non hanno gli stessi diritti. E ciò viene espressamente decretato nel Contratto Collettivo Nazionale degli insegnanti.

Questo differente trattamento tra i docenti precari e quelli di ruolo, sicuramente retaggio del passato, poteva avere un senso diversi anni fa, quando il percorso per diventare insegnanti non era così lungo ed oneroso (anche dal punto di vista economico, vista la necessità di accedere a costosi corsi abilitanti o di perfezionamento per accumulare un maggiore punteggio nelle graduatorie di merito) ed il precariato non era così dilagante e protratto nel tempo: esso infatti consisteva in un periodo (relativamente breve) di passaggio, di transizione, in cui un docente non di ruolo aveva la possibilità di “provare” ad insegnare per poi decidere se continuare su quella strada, magari tentando un concorso o cambiare lavoro. In tale prospettiva risultava perciò giustificabile ed opportuno che egli fosse meno “tutelato”, anche sulla base dell’esperienza lavorativa maturata nel comparto scuola e comunque nella concreta prospettiva di un passaggio in ruolo.

Oggi invece tale disparità di trattamento è quanto mai anacronistica: vi sono insegnanti precari che hanno un’anzianità di servizio tale da permettere l’accesso alla pensione, eppure vengono considerati dal sistema come dei docenti di passaggio, retribuiti con stipendio di prima nomina, esattamente come quando si erano affacciati al mondo del lavoro nella scuola. Inoltre, è ingiusto che docenti abilitati mediante regolari concorsi o costosi ed impegnativi corsi universitari abilitanti (le cosiddette SSIS, ora concluse ma in sostituzione con percorsi molto simili: i TFA) ad accesso limitato sulla base di un numero di posti stabiliti da appositi decreti del Ministero dell’Istruzione, dopo aver investito anni di studi, energie e denaro siano discriminati in maniera così paradossale e vergognosa (intraprendere un percorso così mirato significa aver fatto una scelta ben precisa!) soprattutto considerando che ci sono moltissime disponibilità di cattedre libere ogni anno. Non riconoscere ciò significa non riconoscere la dignità di lavoratori che, ripeto, svolgono le stesse ed identiche mansioni dei docenti di ruolo. Oggi che del precariato si è fatto abuso fino all’inverosimile, quali prospettive hanno i giovani e meno giovani insegnanti precari della scuola? A tale domanda purtroppo non c’è oggi alcuna risposta certa da parte delle istituzioni, che in molte occasioni sembrano prendere in considerazione gli aspetti economici del mondo della scuola, tralasciando la vera “qualità dell’insegnamento” basata innanzitutto sulla continuità didattica,  che si può ottenere solo con l’utilizzo di risorse docenti stabili, adeguatamente formate e retribuite.

2 commenti su Il precariato nella scuola: uno sfruttamento che non giova a nessuno

  • Gennaro Olona

    Trovo il contenuto di questo articolo molto giusto: il precariato non deve essere uno strumento che consenta allo Stato di raggirare quelle stesse leggi che tutelano i lavoratori ma di fatto valide solo per i privati!

  • Sergio Tufano

    Eccellente analisi. Condivido pienamente…
    Sergio

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